[Pechino] [quasi dicembre]
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E
mentre le lancette camminano i due si dividono il fungo e intanto mangiando ingannano il tempo ma non dovranno ingannarlo a lungo.
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E
mentre le lancette camminano i due si dividono il fungo e intanto mangiando ingannano il tempo ma non dovranno ingannarlo a lungo.
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Un
macaco senza storia, dice lei di lui.
Che poi uno dice, che gran cosa essere lì. E certe mattine con il vento che ti spacca le dita e ti confonde i pensieri, non sono per niente convinto che sia una gran cosa. Le foglie calpestano l'asfalto, ma sono rimosse: è disordine. Gli alberi tentano di allungarsi per abbracciare i taxi e le auto e i pensieri all'interno, ma sono rimossi: è disordine. Tanti uomini indaffarati a ordinare, pulire, spazzare, rimuovere, cancelllare. E allora mi piacerebbe che qualcuno di quegli omini si infittisse nelle teste e potesse potarne tutti i pensieri in più, quelli che circondano un viso, dei pantaloni e si attaccano alle maniglie delle case. Vorrei venissero recuperati e messi in fila uno dietro l'altro, così da poterli ammirare e fotografare. E potrei spedirli, senza troppe parole e senza tanti arrivederci. Oggi vorrei che qualcuno mi si avvicinasse dicendomi, lo sa che io ho perduto due figli. E vorrei poter dire, signora lei è una donna piuttosto distratta. Si vive di risposte fulminanti e di spirito della scala. E' quello spirito della frase in ritardo, quella che viene in mente sempre dopo il momento in cui sarebbe dovuta uscire. Quella che, di solito, arriva mentre si scendono le scale, dopo un altro arrivederci. Ma il suo sguardo una veranda, tempo al tempo e lo vedrai, che si addentra nella giungla, no, non incontrarlo mai. E' logorante lo spirito della scala, tanto che i francesi gli hanno dato un nome e una teoria psicologica, chiamata esprit de l'escalier: perché costringe a rincorse e affanni per mille anni. E se la tendenza grandiosa di questo posto ridicolizza l'espressione più semplice e coincisa, non significa che sia giusto. E allora mi sento così: sempre alla ricerca delle parole giuste. Il problema è quando si ha la sensazione di averle trovate. E manca uno scrigno, di qualche legno pregiato, da sotterrare di fronte al mare. E tirarlo fuori quando se ne ha bisogno. E le parole, quando non ne ho, dovrei preferire il silenzio, e lo so. Sono un vecchio sparring partner, e non ho visto mai, una calma più tigrata, più segreta di così, prendi il primo pullman, via, tutto il resto è già poesia. |
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It
don't really matter Gonna find out for yourself No it don't really matter You're gonna leave this thing to Somebody else If they were missionaries Real time visionaries Sitting in a Chinese stew To view my dis-infatu-ation I know that I'm a classic case Watch my disenchanted face Blame it on the Falun Gong* They've seen the end and you can't hold on now Cause it would take a lot more hate than you To win the fascination Even with an iron fist All they got to rule the nation But all I got is precious time It don't really matter You're gonna find out for yourself No it don't really matter So you can hear now from Somebody else Cause it would take a lot more time than you I've got more masturbation Even with your iron fist All they got to rule the nation but all I got is Precious time All they got to rule the nation but all I got is Precious time It don't really matter I guess you'll find out for yourself No it don't really matter So you can hear it now from Somebody else You think you got it all locked up inside And if you beat them all up they'll die Then you'll walk them home for the cells Then now you'll dig for your road back to hell And with your ? makes you stop As if your eyes were their eyes you can tell And you're out of time |
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Stavo giusto cercando un po' di reazioni cinesi (per dire: io adesso il video non lo riesco a caricare, ma su youtube, pure in China si trova tranquillamente), quando ho visto che il Guardian oggi apre con questa notizia. Sono di fretta e non traduco. A Chinese newspaper has furiously condemned Guns N' Roses over the title of their latest album - Chinese Democracy - claiming it is an attack on their nation. The Global Times, which is published by the country's ruling Communist party, ran an article under the headline "American band releases album venomously attacking China" and said it was part of a western plot to "grasp and control the world using democracy as a pawn". The long-awaited album had been in the pipeline since 1994 and was finally released on Sunday to mixed reviews. Though it is not thought to be legally on sale in China, Chinese Democracy is being streamed on the band's official MySpace site and can be bought online. China's notorious internet censors were said to be trying to block access to the band's official website earlier today. The album takes its title from the opening track, which Axl Rose described in 2001 as "not necessarily pro or con about China". He told an audience in Las Vegas: "It's just that right now China symbolises one of the strongest, yet most oppressive countries and governments in the world. And we [Americans] are fortunate to live in a free country." The song itself refers to the Falun Gong meditation movement, which was banned in 1999. It has been alleged that the Chinese government has been responsible for persecuting and torturing its members. The Chinese government has not made an official statement about the Guns N' Roses album. Posto che i Guns 'n' Roses decisi di mollarli quando lessi alcuni loro testi spudoratamente razzisti, pare che Axl Rose abbia trascorso due anni a Wuhan. Non significa niente, naturalmente, ma mi pare che il testo non sia così sovversivo per i canoni cinesi. Quanto agli States come "free country", di cazzate se ne sentono ogni giorno tante. E per fortuna Axl Rose è solo un 46eienne un po' cicciotto che canta ancora. Per dire: c'è perfino chi continua a sostenere che esiste un posto chiamato Italia... |
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Born
in the shadow of post-Tiananmen nihilism, the collapse of state run
industry and a desert that will someday swallow their city whole, Cut
Off!, the first E.P. from pioneering Beijing-based post-punks
Rebuilding the Rights of Statues delivers explosive,
danceable, unsettling energy that leaves you unsure whether you want
to take your clothes off and shake the spiders out, or go look for a
rope, a closet and a copy of Iggy Pop's The Idiot.
[more info...]
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A
volte è meglio romanzarci su. Un racconto Blackswift,
liberamente ispirato alla sentenza Diaz. Anche qui, sul sito noswift.org
La cosa peggiore che può capitare ad un uomo che trascorre molto tempo da solo, è quella di non avere immaginazione. La vita, già di per sé noiosa e ripetitiva, diventa in mancanza di fantasia uno spettacolo mortale.
X.Y.Blackswift, L'Attesa (o anche Davide e Golia)
Per descrivere certe passioni, bisogna muoversi nel confine incerto, se mai esiste, tra personale e politico. Perché alla fine la certezza è di ritrovarsi di fronte a una sentenza che chiude molto più di un processo. Che apre nuove scatole, con dentro altre scatole e altre scatole ancora. E in ognuna di esse c'è una storia da scrivere. E ci sarà da cambiarle ancora, le storie, immaginandone diverse. La realtà non è di questo mondo.
Alla nostra verità di parte sulla Diaz e sul g8.
Un
anno e più non è uno scherzo, può renderti
diverso,
un anno è la fotografia, di te stesso che vai via.
Ha i suoi motivi la paura, dovrei saperlo già da un po'.
Il
posto ha un nome che quei tre hanno provato a farsi spiegare. O forse
erano altri, in altre composizioni: altri volti, parole, passato.
Storie mai incrociate, parole sospese in un tempo freddo, con il
calore proveniente solo da una piccola stufa. Odore di legna e di
foglie morte. La loro compagnia è una novità della
serata: un incontro in un posto, uno spostamento, poco dopo, in un
altro. Si erano già ritrovati vicini, senza saperlo. Si erano
già ritrovati a osservarsi, senza capirsi. Ognuno dei tre
pensa, cataloga, mette in fila, tesse trame, cerca sensi. Ognuno,
bisogna precisarlo, riferisce solo a se stesso, perché pare
sia finita da tempo la fase del gioco di squadra. (Continua)
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Buongiorno.
Più
lontano della luna, più lontano del mio cuore
Più
lontano della luna |
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Altro
progetto per il futuro: non confondere mai l'insolito, con
l'impossibile.
Volevo fare un sacco di cose. Invece per ora mi limito a un brindisi ai contatti e ai pensieri recapitati. Ajorn: secondo messaggio eh: ti ci metto pure una colonna sonora, così al massimo ti rilassi con la musica...:-) |
L'apoteosi di Canterini, potrebbe essere il sottotitolo di questo secondo frame dalla Diaz. Canterini era a capo del VII Nucleo Antisommossa della Polizia italiana. Il meglio di tutti i reparti mobili italiani, creato ad hoc per il g8, sotto il controllo di una vecchia volpe come il loro capo. Ai celerini non va di fare la parte dei macellai e allora fin da subito se la prendono con i mobilieri (quelli delle squadre mobili: Gratteri e compagnia per intenderci). Forse capiscono di essere stati usati, forse pensano a un'imboscata, forse concretizzano che a qualcuno servivano utili idioti (per l'occasione sfoggiarono il cinturone nero, che li rese quanto meno riconoscibili da parte di molti testimoni). Fatto sta che sono gli unici condannati e lo stesso Canterini qualche giorno fa ha rilasciato un'intervista a Repubblica.
Ad ogni modo, Canterini dopo l'operazione fa una relazione di servizio, particolare. Ecco come nacque quella relazione.
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Progetti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze dell'amore.
Ci sono svariati modi per dire delle cose. Ci sono svariati modi per non capirle. Significa che proprio non ci si intende, se ci si continua a confondere. Stacchetto mattutino con Le Luci della Centrale Elettrica: vincitore del Premio Tenco di quest'anno e da un po' mia colonna sonora mattutina.
Per riaggiustarti le dita per i ponti interrotti, i ponti distrutti aggrappati agli aerei dirottati, i nostri migliori anni telecomandati, i giorni pirotecnici, i manganelli telescopici sulle nostre vetrine interiori.
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Stella
benigna, più nessuno si adatta a vivere di paura,
il tuo
fantasma libero si perde,
nella terra dei tuoi, sulla terra dei
tuoi
tu corri anche di notte, e non aver paura
che si alzerà
la luna.
Succede questo: un tipo piazza su internet un video, alcune foto e una conversazione dalla quale si evince che una ragazza (quella nella foto a destra) e un ragazzo stanno facendo qualcosa. Human exchange traducono simpaticamente alcuni chinai. Ci sono dialoghi un po' hot e alcune foto osé della tipa. Si scopre che la ragazza lavora al negozio della Kappa in Nanjing Xi Lu, a Shanghai. Un immenso mall, dove la Roba di Kappa vende le felpe “I love China”, mentre in Italia vende quelle “Free Tibet”, tanto per capire il marketing.
Quando si scopre che la ragazza è una commessa del negozio, partono le investigazioni private, ovvero cittadini cinesi desiderosi di scoprire qualcosa della ragazza (e smarronarla on line, of course). Su alcuni siti si trovano traduzioni delle missioni dei novelli investigatori privati: sono arrivato e ho chiesto dove fosse il negozio Kappa. Una ragazza mi ha sorriso e mi ha detto, settimo piano. Rideva forse perché già in tanti avevano chiesto quell'informazione. Arrivato non ho trovato nessuna ragazza, quindi niente foto: missione fallita.
Quando si parla di controllo sociale distribuito in Cina si intende proprio questo: tecnologia, polizia e cittadini. Controllo costante e arte delatoria che arriva da tempi antichi e che macchia una popolazione straordinaria (è il mio fottuto punto di vista).
Il tipo non becca un cazzo, come si dice dalle nostre parti. E come lui tanti altri: troppo tardi e ben vi sta, aggiungerei, anche perché la ragazza non lavora più lì. Ha un blog nel quale cerca di difendersi (e on line ci sono immagini dell'assalto di curiosi e investigatori al negozio: una cosa inaudita), attraverso pensieri che bene caratterizzano una certa gioventù cinese: Right now, I have a little fame, so how can I use my fame for profit? While lying on my bed last night, I thought of a few things, now sincerely looking for advertising sponsorship.
Oppure: Either way, I still look good on the screen, who knows what director will look for me to make a film later on! Must become famous as soon as possible!
Le
donne sembrano avere focalizzato la parte più autonarrativa
del
web cinese, nel bene e nel male. Si raccontano segreti, storie di
povertà e oblio, desideri. All'interno del web la società
cinese pulsa di vitalità e desiderio di raccontare la propria
storia. Mi pare che i cinesi, quelli giovani, non abbiano un passato
cui attingere e provino a creare un presente che sia
contemporaneamente memoria
e
futuro.
Un'opera mastodontica, quotidiana, storica.
Oltremodo interessante, in epoca di utilizzo massiccio di tecnologie
e processi culturali a duemila allora. Il
pop cinese avanza, e sembra farlo molto più grazie alle ragazze che agli uomini.
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Stacchetto musicale mattutino: passeggiavo per strade polverose e avevo un attacco di chitarra in testa. Poi mi è venuta in mente la canzone, questa accanto. Francia o Cina fa poca differenza, come per sentimenti vari, malinconie, desideri: per un solo dolcissimo umore del sangue, per la stessa ragione del viaggio, viaggiare.
Le
mani, le mani già lo sanno che non vivranno qui
Le
strade, le strade dei francesi che non ho visto mai |
E
non dovremo vedere niente che non abbiamo veduto già
Dopo lo stacchetto degregoriano (tra l'altro una precisazione: le parole sono tanto belle quanto sono forti quelle che non ci sono. Per intenderci, c'è un prima al resto della canzone, al se vuoi cercarmi blabla. C'è un prima, cazzo.) A parte questo mi stavo rileggendo la memoria della procura del processo Diaz e sono incorso in stralci di interrogatori illuminanti. Come supporto legale non abbiamo avuto il tempo di parlare di tutto e perderci nei mille rivoli processuali. Quello che segue è il primo che mi ha colpito: è l'interrogatorio come persona informata sui fatti, poi diventerà indagato, di Spartaco Mortola, ex capo della digos genovese, poi divenuto questore ad Alessandria e ora vicequestore vicario a Torino. Siamo a inizio inchiesta: non sono ancora uscite fuori le molotov, niente. I magistrati stanno indagando, non hanno ancora chiara la situazione. Intuiscono però una cosa: all'interno della Polizia la Diaz viene percepita subito, quando si decise l'operazione, come una torta da fare propria. C'erano i celerini, i mobilieri e la digos. Funzionari, portaborse, utili idioti, machi, furbetti: carriere in arrivo, carriere da chiudere, carriere da consolidare.
Questo è uno dei primi spaccati delle mille lotte che hanno portato all'operazione Diaz e che si scopriranno nel corso del processo. Mortola cerca subito di scaricare il barile: fosse per me, dice, non l'avrei mai fatta quell'operazione...Piena commedia italiana il finale, quando si parla di atto remissivo del questore, ovvero Colucci. Non è difficile immaginarsi la scena...[P.M.= magistrato. R.=Mortola)
Ecco lo stralcio: Premesso infatti di aver esternato addirittura al Questore la sua perplessità sulla opportunità dell'operazione, così proseguiva: “…no, no, no, il discorso è un altro, il discorso è un altro, che siccome sapevo che lì, o quantomeno nella scuola davanti, ci stava Agnoletto ci stava il Genoa Social Forum, reputavo proprio inopportuno questo mio ragionamento che ho fatto, ma questo è il ragionamento che ho fatto nella mia testa praticamente: andare a fare questa perquisizione. Ci fossero state dentro anche cento molotov, a quel punto le andavamo a prendere il giorno dopo, ha capito? Quando avevano lasciato libere le scuole...
P.M.:sotto il profilo, diciamo, del rischio del personale impiegato?
R:Certo
P.M.:Lo dica
R:Sì, è chiaro, è chiaro, è chiaro. Sotto il profilo dell’opportunità per la persona, per le persone presenti che potevano essere state sì inquinate dalle presenze praticamente di elementi magari estranei, violenti ecc. ecc., però siccome c’era anche una componente del Genoa Social Forum, tra virgolette, pacifica, avevo intuito che era estremamente... poteva essere pericoloso, ecco
P.M.: Mi faccia capire, per chi? Pericoloso per chi, per voi o per loro? Per loro?
R:Ma per tutti! Si andava a creare una situazione che era non tanto per la quale, ecco.
P.M.:Cioè... no, mi scusi, sia più preciso, abbia pazienza
R:Ma sia per noi che per loro, è chiaro!
P.M.: Ecco, ci può allora specificare
R:Ma sotto il profilo dell’opportunità, capito?
P.M.:Non lo capisco..No, no, ci può specificare...
R:Sotto il profilo politico dottore, scusi... cioè noi ragioniamo, diciamo io ragiono da un punto di vista professionale in termini politici in maniera particolare, cioè un determinato atto sotto il profilo politico è consigliabile farlo o non farlo? È quello che ci distingue dalla squadra mobile, no?
P.M.: Certamente sono analisi di costi e di benefici
R: Ecco, questo è il discorso. Sì ho capito, ma il discorso è questo, allora, andare a fare una perquisizione dove c’è il Genoa Social Forum, dove c’è una presenza quindi di parlamentari di Rifondazione Comunista che possono essere anche stati inquinati dalla presenza di violenti, lo giudicavo comunque inopportuno sotto il profilo politico, questo è il discorso. Che potevano essere, quindi, più gli svantaggi che i vantaggi; ci fosse stato dentro anche un arsenale, voglio dire, capito? Ce lo andavamo a prendere magari il giorno dopo. E come sotto il profilo politico opportuno fare la perquisizione al Carlini con diecimila tute bianche, anche se ci sono dentro i Kalashnicov e i mortai? Quando sappiamo che andiamo lì e ci massacrano? O che è impossibile praticamente poi eseguire la perquisizione? Allora non la vai a fare, ci vai magari a farla il giorno dopo, come in effetti al Carlini, abbiamo fatto il 23 abbiamo trovato delle altre bottiglie molotov...
P.M.: È anche un profilo di valutazione..Non è un profilo politico!
DIFENSORE: Politico, nell’ambito anche dell’amministrazione
R: Sì, io lo chiamo politico, diciamo, sotto quel profilo ecco. Ha capito cosa voglio dire?
P.M.:È una valutazione che risponde anche al vostro ambito di discrezionalità, cioè non è che..
R:Risponde al buon senso diciamo
DIFENSORE: M’ha tolto la parola di bocca
R:Al buon senso risponde
P.M.: e invece il Questore ha allargato le braccia dicendo che hanno deciso così.
R:Che ormai era stata presa quella decisione e che quindi non...
P.M.: Quindi vuol dire
R: Cioè non m’ha detto, devo dire la verità, non m’ha detto nessuna parola, m’ha aperto le braccia come per dire ormai s’è deciso così... non ha detto nessuna parola, così e andata.
P.M.: Lei ha avuto l’impressione comunque che ci fosse una determinazione
R: E bè, chiaro cioè, voglio dire, è chiaro
P.M.: Non è chiaro niente
R: No, voglio dire, un atteggiamento così, posso
P.M.: Non è chiaro niente
R: ... posso desumere che ci fosse stata, è un atto remissivo comunque, quindi di
P.M.: non è chiaro niente; nei confronti di chi un atto remissivo? non è chiaro niente
P.M.: di chi?
R: questo non lo so
P.M.: Non è chiaro niente; è un atto remissivo nei confronti di chi?
P.M.: Dottor Mortola, se non lo sa...
DIFENSORE: Una atto remissivo fatto dal capo di una Questura non può essere nei confronti del piantone della Questura
P.M.: E allora nei confronti di chi? Lei ha inteso fosse un atto remissivo
R: Ma no, è che ormai fosse stata presa questa decisione praticamente collegiale a livello anche di suoi pari grado o di persone di rango più elevato, e che quindi non
P.M.: L’atto remissivo! É uno nel senso che deve in qualche modo obbedire
R: Sì, ma io l’ho inteso così, cioè uno che mi allarga le braccia e che mi dice così come lo devo intendere?
P.M.: allora, l’atto remissivo può essere, cioè dal Presidente della Repubblica non so fino a... mi dica le persone a cui era in qualche modo se non sottomesso ma la cui valutazione era condizionato il Questore
R: bè, in quel momento, vabè c’era, vabè c’era il dott. Gratteri, c’era il Prefetto La Barbera e c’era il Prefetto Andreassi che però il Prefetto Andreassi per la verità su questa decisione qui, se n’è stato abbastanza molto in disparte, non... anzi, devo dire che a un certo punto è uscito dalla stanza anzi.
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C'è
la voglia di concentrarsi ancora. Cercare, non farsi più
trovare. E i transiti che annunciano tempesta: decisioni, soluzioni,
scelte. Ciò che non si rinnova, muore. E poi certe cose sono
già state dette, meglio di chiunque altro.
Pioggia
e sole cambiano la faccia alle persone |
Prima che la mente si schiarisca, di
seguito alcune chicche tratte da intercettazioni dei poliziotti a margine
del processo Diaz e il comunicato di SupportoLegale dopo la sentenza di ieri.
[Intercettazione di Colucci, ex questore di Genova ai tempi del g8, poi indagato per falsa testimonianza al processo Diaz. L'ex questore dopo la deposizione si bulla della sua abilità nell'inventarsi la nuova versione] «Se il capo (De Gennaro ndr) vuole maggiori ragguagli, gli ho detto... se vuole sapere qualcosa io sono qua, che devo fare, vengo a Roma?. Poi stamattina m'ha chiamato il capo. Dice li hai, li hai maltrattati (i magistrati dell'accusa, ndr) una cosa del genere, li hai., li hai... gli hai fatto la..., come ha detto, li hai... e no sbranati, li hai... va be insomma, una frase ha detto. In senso positivo, chiaramente. Che era contento eccetera. Ho saputo da Ferri che anche Caldarozzi e Gratteri sono stati contenti, diciamo, di questa... Luperi è rimasto contento. D'altra parte è uno scenario nuovo si è aperto per colpa mia diciamo».
[intercettazione tra Gratteri, oggi capo dell'anticrimine e Colucci, dopo la stramba deposizione di Colucci, dopo la quale finì indagato per falsa testimonianza] «E' che volevamo farti un saluto con Gilberto (Caldarozzi, all'epoca vicecapo dello Sco, indagato ndr). Quando si dicono le cose e si dicono come giustamente e correttamente le hai dette tu allora è doveroso, diciamo, da parte nostra insomma rendere omaggio, come posso dire, alle persone per bene.[...] Ti siamo... vicini e riconoscenti...» Colucci ringrazia e aggiunge: «Lui (il pm ndr) secondo me c'ha preso uno schiaffone da Manganelli (attuale capo della polizia, ndr). Ce n'ha preso un altro da me». E Gratteri soddisfatto: «Ma diciamo anche due».
[Intercettazione tra Serra, ex prefetto di Roma e Colucci] «Hai salvato quel maiale schifoso, dice che De Gennaro ti ha ringraziato»
[Intercettazione di Colucci] «Io ho scoperto una cosa [...] che i processi non si vincono o si perdono in tribunale, ma si vincono e si perdono fuori dal tribunale...»
[Comunicato SupportoLegale] AMNISTIA
PER LA POLIZIA
Giovedì
13 novembre 2008 si è concluso l'ultimo dei tre grandi
processi di primo grado per gli eventi legati alle proteste contro il
G8 del luglio 2001 a Genova. Il processo a 29 funzionari di polizia
per l'irruzione alla scuola Diaz che terminò con 93 persone
arrestate illegalmente e 61 di queste ferite gravemente si è
concluso con una sentenza esemplare: sedici assoluzioni e
tredici condanne.
Il tribunale ha deciso di condannare
solo gli operativi e di assolvere a pieno titolo chi ha pianificato
un'operazione vendicativa e meschina. Di assolvere le menti che
per giustificare una carneficina hanno deciso di piazzare due bombe
molotov recuperate nel pomeriggio tra gli oggetti rinvenuti, di
mentire circa l'accoltellamento di un agente, di coprirsi l'uno con
l'altro raccontando incredibili resistenze da parte degli occupanti
della scuola e saccheggiando il Media Center che vi si trovava di
fronte. La ciliegina sulla torta del presidente Barone e delle sue
due giudici a latere Maggio e Deloprete: alle vittime di
quella notte va qualche spicciolo, tanto perché nessuno
si lamenti di essere stato tagliato fuori da una immaginaria torta.
Alla lettura della sentenza nessuno di noi si è meravigliato. Non siamo delusi, non siamo tristi, né pensiamo alcuno dovrebbe esserlo. Siamo solo furiosi.
Non
abbiamo mai creduto che la giustizia fosse veramente "uguale per
tutti", non abbiamo mai creduto che chi esercita il potere
avrebbe ammesso di essere giudicato, di essere messo in discussione.
Ma il dileggio con cui è stata confezionata questa sentenza
parla da sé: l'amnistia per la polizia è la
seconda parte di quell'operazione vendicativa e meschina che ha
portato alla Diaz.
E' il secondo tempo della vendetta per
la frustrazione e il terrore che lo Stato e i suoi apparati hanno
provato in quei giorni di rivolta. Non ce l'hanno mai perdonata e non
ce la perdoneranno. La sentenza che chiude questo ciclo di processi
di primo grado dovrebbe essere una lezione di storia, e forse
grazie ad essa restituiremo la dignità a una vicenda che ne ha
avuta molto poca, perché molti oltre a noi si accorgeranno
di
qualcosa che è la base di quanto è successo a
Genova in quei giorni.
Esiste una posizione per cui parteggiare:
quella degli insofferenti, quella dei subalterni, degli
sfruttati, dei deboli, di coloro che lottano per un mondo migliore e
più equo.
Ed esiste un'altra posizione, quella di chi
comanda ed esegue, di chi tortura e vìola, dei forti con i
deboli e dei deboli con i forti, quella di chi esercita il potere e
lo coltiva.
Nella
vita bisogna scegliere. Noi lo abbiamo fatto, oliando meccanismi
di memoria che altrimenti avrebbero condannato all'oblìo una
pagina nera della storia italiana e internazionale. Noi lo facciamo
tutti i giorni. Non abbiamo rimorsi e non abbiamo rimpianti per
quanto è avvenuto.
Solo rabbia. E non siamo i
soli.
Supportolegale
Ieri
sera ho atteso la sentenza Diaz. A Pechino era notte fonda. Nessuna
sorpresa, qualche sera fa, nel gelo pechinese avevo provato a
spiegare perché la sentenza sarebbe stata questa. Niente di
che, è che avendo vissuto il processo, il comportamento del
giudice appariva fin troppo esplicito in ogni decisione da prendere.
Ho atteso lo stesso, ben sapendo che di sorprese ieri, ne avevo avute
abbastanza. Complice la pettinata che ci hanno dato gli juventini
(4-1) ero sveglio. E ho subito pensato: e adesso sono cazzi. Perché
gli assolti del processo, sono il Potere. E se l'Italia non esiste, perché è
un insieme di bande in lotta tra loro, quella parvenza di Stato
si coccola e aiuta, quando serve, i suoi fedeli servitori. E per chi
ha provato in ogni modo a mettergli i bastoni tra le ruote, ora
arriva il tempo che non volevamo sognare: sucare di nuovo. I
vertici attuali della Polizia hanno dimostrato di usare il loro
potere mano a mano che hanno asceso i gradini della gerarchia. Hanno
complottato, hanno tentato in ogni modo di farsi sentire durante il
processo con intimidazioni, sfrontatezza (le molotov sparite dagli
uffici reperti del tribunale), sotterfugi, trucchetti, arroganza.
Riposto qui quanto scritto dal mio socio. Si chiude una fase della nostra vita. E ora, al solito, Nessun Dorma.
Se non sapete di cosa sto parlando, andate a dare un occhiata sul sito di supportolegale, che stasera di tempo per la didattica non ne ho molto. Oggi si è conclusa una fase della mia vita che è durata circa 8 anni. Si è conclusa con una sentenza che a fronte di una storia che ormai tutto il mondo conosce assolve gli organizzatori di una rappresaglia premeditata che è costata quasi la vita ad almeno una decina di persone e la salute a molte di più. Certo i Canterini-boys sono stati condannati e alle vittime hanno dato 1000-2500 euro di danni. Una vera fortuna, no? Chissà quante caramelle si potranno comprare. Il tribunale di Genova, come era ormai palese considerato la condotta in aula del suo presidente Gabriele Barone (sempre molto accondiscendente con le difese degli imputati e molto intransigente con pubblica accusa e parti civili), ha lanciato un segnale chiaro nei confronti di tutti coloro che si degnino di ascoltare, un segnale di impunità e di connivenza con quella rappresaglia. Questa impunità costerà cara a qualcuno, perché tutti coloro che in questi anni hanno combattuto contro questi criminali in divisa sanno bene che per costoro la rappresaglia adesso è solo all'inizio.
La speranza è che la sentenza non insegni solo a questi
signori che possono fare quello che vogliono tanto saranno protetti
da Stato e Giustizia, ma che insegni anche a chi ancora pensa di
lottare e partecipare alla vita politica del paese che c'è
solo un modo per affrontare gli sbirri e non prevede una interazione
democratica. Quello che dice la sentenza è questo. E forse era
necessario che un atto che non c'entra con quello che accade
quotidianamente inviasse un segnale chiaro di come si stanno mettendo
le cose. La sentenza non è uno schiaffo al passato, ma una
affermazione del presente e del futuro. Una lezione di storia che
come tutte le lezioni utili non serve solo per quello che è
già accaduto ma soprattutto per quello che accadrà. Il
tempo per scegliere è ormai vicino e nessuno potrà
pensare che basterà lasciarsi scorrere la merda che ci
arriverà in faccia addosso perché tutto torni entro
quella che ci piace chiamare normalità.
Imputato,
il
dito più lungo della tua mano
è il medio
quello
della mia
è l'indice,
eppure anche tu hai
giudicato.
Hai assolto e hai condannato
al di sopra di
me,
ma al di sopra di me,
per quello che hai fatto,
per come
lo hai rinnovato
il potere ti è grato.
Ascolta
una
volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la
legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la
legge.
Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può
giudicare.
Tu sei il potere.
Vuoi essere giudicato?
Vuoi
essere assolto o condannato?
Ajorn, non è calcio, è nostalgia. Non è cipria, è sorriso...;-)
Ogni volta che Genova appare nelle cronache, lo fa suo malgrado. Come se bisbigliare al di là dei carruggi, fosse una sorta di lesa maestà al passato della città. Meglio il tiepido rimbombo del dialetto imbastardito dai tanti migranti, a cullare i propri sogni. E Diego Milito, delantero argentino, attuale capocannoniere del campionato di serie A con 9 gol, ha la faccia cruda da marinaio consumato: freddo e determinato, malinconico e maturato dall'esperienza di tanti tanghi.
E come i genovesi non ama raccontarsi. Del resto, dici Genova e dici Argentina: la Boca, i xeneixes, volti, storie, magie. Milito, El Principe è uno degli argentini che si appresta a diventare storia del club rossoblù. E i suoi connazionali con un passato genoano, raramente sono passati inosservati. Nel 1949 il Genoa ingaggia dal Boca Juniors, Mario Emilio Heriberto Boyè. In Argentina ancora oggi è considerato una delle più grandi ali destre della storia: lo chiamavano El Atomico. La curva del Boca gli aveva dedicato una canzone ad hoc: «yo te daré, te daré niña hermosa, te daré una cosa, una cosa que empieza con B...Boye». Mica male. Boyè arrivò a Genova, giocò una manciata di partite, fece quattro gol contro la Triestina, sbagliò un rigore nel derby e poi tornò in Argentina. Pare non apprezzasse i ritiri: la moglie pareva gustarseli molto di più. All'Atomico la situazione sembrò irreparabile: valigia, aereo e via a Baires lontano dai ritiri e il professionismo all'italiana. Boyè rimane un mito lontano e un po' sfortunato: un grande calciatore che non ebbe l'occasione di trascinare i rossoblù a grandi vette. Passato remoto.
| Situazione diversa oggi, con Milito ad affondare difese e mantenere alta l'aura di un Ferraris inviolabile. E' arrivato a Genova, è tornato anzi, dopo una stagione e mezza di gol e classe, dopo un distacco di tre anni sofferto da tutti. Era andato via perché in C, non avrebbe avuto senso la sua presenza. Era andato via da Genova per andare a Saragozza, per giocare con il fratello Gabriel (ora al Barcellona) e sperimentarsi nella Liga. Sembrava un addio, perché di favole a Genova da un po' non se ne vivono. |
Poi, quest'estate, a campionato già iniziato è tornato. Senza starla troppo a menare con le consuete frasi fatte. «Sono contento», ha detto in conferenza stampa. E dire che avrebbe potuto ricamare sulla sua insistenza a tornare a Genova, anziché andare a prendere le sterline del Tottenham (che avrebbero fatto felici anche le casse del Saragozza). Ha scelto Genova, chiamiamolo pure debito, roba da adulti.
Quando il Genoa anziché portarlo in serie A (dove avrebbe dovuto fare coppia con un certo Lavezzi), lo lasciò al Saragozza nella tribolata estate della retrocessione in C, nessuno ci avrebbe creduto. La Nord, stropicciandosi gli occhi, lo ha accolto ancora, conoscendone la finezza tecnica e la modestia umana. E il numero di gol in rossoblù in campionato: 42 in 69 partite. E ora tutti si accorgono di Milito, attaccante, non un prodotto di marketing. E' un calciatore. Parla poco, si fa i fatti suoi e alla domenica la mette dentro in ogni modo: nell'ultimo turno di campionato ha fatto gol col destro, di testa, con il sinistro in acrobazia e ha fornito a Sculli una palla che conteneva un messaggio: devi solo spingerla in rete. Repertorio da bomber, senza troppi fronzoli e isterismi. Non si trova il suo sorriso patinato sulle riviste, né si atteggia a maître à penser de noialtri (la casa, la chiesa, la famiglia, Cristo). Il suo colpo migliore è la finta più classica, la prima che viene insegnata alle scuole calcio, o forse la più naturale: fingere di andare sull'esterno o calciare e rientrare con l'interno, a nascondere pallone e pensieri. Milito non ha un colpo da playstation, non è un giocatore da Youtube, da ravone, sombrero, trivele e belinate simili, direbbero i genovesi. E allora quando la stampa nazionale si accorge del campione Milito, ai genovesi fa piacere, ma un po' infastidisce, come se qualcuno osasse turbare un idillio riservato.
Lo chiamano El Principe, Diego Milito. Perché come un altro Principe, l'uruguagio Enzo Francescoli, ha l'eleganza del cigno sudamericano: flemmatico e letale. Non solo: i due si assomigliano proprio. Quando Milito arrivò a Genova nel 2004, un po' più smilzo e con meno stecche prese negli stinchi, sembravano due gocce d'acqua.
Ora a Genova si parla addirittura di Maradona: il neo ct argentino non ha convocato il Principe, preferendogli il genero Aguero e il napoletano Denis. E giù a brontolare, ben sapendo che forse è meglio così. Lui ha pensato la stessa cosa: «mi spiace, ha detto, ma almeno potrò dedicarmi al Genoa». E lo staff rossoblù lo sta spremendo come un limone. L'ultima convocazione in nazionale lo aveva riportato in Italia a poche ore dal match con l'Inter a San Siro. Ha dormito qualche ora, è andato da Gasperini, mister genoano, e gli ha detto: io gioco. E ha corso come un matto, mentre gli interisti cercavano di scardinare l'ordine genoano retto da quello là davanti, serpente a sonagli nelle praterie meneghine.
E dire che Milito non è uno che non si è tolto le sue soddisfazioni. Nel suo primo anno al Saragozza, quando incontrò il Real Madrid, gli fece quattro pere per un 6-1 finale che puzza di storia. Il primo di destro, dopo un controllo al volo nell'area piccola. Il secondo, finta a rientrare e colpo d'esterno a superare Casillas ancora per terra. Il terzo e il quarto di testa. Tutto questo non è abbastanza per il calcio moderno, alla ricerca di brand, marche, stereotipi, ma è sufficiente per fare sognare una città. E quel che conta è che è tutto vero. [da Il Manifesto]
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