beirut

[Libri] La congiura degli stopper

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 12:41

Il mio nome è Nedo Ludi, Pippo Russo.

Nedo Ludi è uno stopper. Ha 29 anni. Gioca nell'Empoli, campionato 1988-89. Segna il gol salvezza, per alcuni giorni è un eroe. Va in vacanza, si prepara al campionato pre mondiali, l'Italia presenta la sua modernità al mondo. Il nuovo avanza. Nedo Ludi è un onesto stopper, gioca a uomo, piedi ruvidi, ma grande grinta. Ha un corretto concetto del calcio: qualcosa di semplice: strappare la palla agli avversari, correre, buttarla di là.

In vacanza scopre una cosa: l'Empoli cambia allenatore. L'Empoli esonera il mister che aveva fatto di Nedo uno stopper da serie A. L'Empoli prende un allenatore sacchiano: zonista. Il nuovo che avanza.

La zona si sta imponendo nel calcio, grazie al Milan di Sacchi. Tanti discepoli crescono e cambia il modo di concepire il calcio. Via i sentimenti, via i cuori puri, nuove parole, nuovi vocabili, scienza applicata al calcio. Per Nedo Ludi tutto ciò significa una sola cosa: complicare il calcio. Il nuovo mister rilascia le prime dichiarazioni. Per Nedo Ludi parla di parole, non di calcio. Intensità, esterni, fase difensiva, rigore, schemi, tattica, tattica, Progetto, con la P maiuscola.

Nedu Ludi finisce ai margini, non è adatto. Non è adatto al Progetto. E allora, ricordando l'assonanza con Ned Ludd, che un tifoso locale gli spiega, Nedo Ludi, figlio di operai comunisti, decide di sabotare la zona.

Nasce la congiura degli stopper.

Come raccontare in modo lieve, ma determinato e duro, il cambiamento del calcio, insieme a quello del mondo che gli girava intorno. E' la storia di una sconfitta e della nascita del neo calcio, calcio moderno, accompagnato da un cambio d'epoca sociale, le cui dimensioni, forse, le stiamo comprendendo solo oggi.


Un armeno a Milano

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 10:36

Anti-depressants

Controlling tools of your system

Making life more tolerable
Making life more tolerable

We don't need your democracy.

Serj Tankian è un grande artista. Ieri sera all'Alcatraz a Milano si è presentato con un gruppo forte, bravissimi.

Fin troppo perfetti e puliti per un concerto breve, ma intenso. C'era curiosità per vedere Sergio dal vivo dopo l'abbandono dei System of a Down. Alla fine, devo dire la verità, mi ricredo sulla forza di Daron Malakian, l'ex chitarrista e vero leader dei System.

Serj non è un frontman, troppo concentrato a cantare, e bene, e raggiungere i suoi consueti picchi interpretativi e le sporcate sul palco di Malakian mancano, come manca il suo spirito, la sua forza. Elect the Dead è un album che conquista con i suoi ritmi e i virtuosismi dell'armeno di Los Angeles. Sergio non fa canzoni dei System of a Down. Per i metallozzi è una lettura semplice: c'è rispetto per l'ex gruppo che, dopo un paio di album da solisti dei suoi due leader (qui il nuovo singolo di Malakian e i suoi Scars on Broadway), è destinato, come speriamo, a ripresentarsi insieme e spaccare ancora. La chicca di ieri sera, insieme a una dedica al nostro asshole new prime minister...prodigi di iutub, è questa che segue: un omaggio ai Dead Kennedys, con Holiday in Cambodia. Apprezzata, forse, solo dai più anziani...

   


[China] Dopo un mese, dove siamo

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 08:48

Metto qui una panoramica, uscita su Liberazione, di quest'ultimo mese cinese. Tra Cio, fiaccole, Tibet, boicottaggi e riflessioni di carattere generale. Una summa dell'ultimo mese cinese, visto da Pechino. Tutti gli spunti e le polemiche.

Durante l'ultimo mese di delirio mediatico su Tibet, percorso della fiaccola - blindata, nascosta e protetta come un capo di Stato - proteste e richieste, la Cina ha proseguito imperterrita sul proprio cammino sulla scena internazionale. Ha siglato un accordo commerciale con la Nuova Zelanda, ha aperto il convegno internazionale di Boao e il business prosegue sia a Pechino, sia a Shanghai dove si corre verso il World Expo del 2010, tra salone nautico per yacht di lusso e altri incontri d'affari. Protagonisti: paesi europei, Italia compresa, Stati Uniti, Giappone, Australia. Come se le polemiche tra Europa, Usa e Cina fossero veicolate solo dai mezzi di informazione. Come se le accuse alla Cina facessero da obliquo corollario a ciò che più conta per la Cina come per i suoi partner commerciali: gli affari. Perché è opinione generalizzata che la Cina, nonostante le critiche e le accuse in relazione a repressione e rispetto dei diritti umani, esca vincitrice da questo mese sballato e colmo di grattacapi, grazie alla sua enorme potenzialità economica. Nessun paese al mondo può permettersi sgarri con la Cina, come dimostra il tentennamento generale nell'esprimere critiche all'ex Celeste Impero sulla questione tibetana. Perfino gli organi sportivi: i comitati olimpici nel loro documento conclusivo hanno omesso la parola Tibet. Proprio come volevano le autorità cinesi. Non stupisce dunque il rientro delle polemiche e il rilancio fatto dai governanti cinesi, in un'ottica che vede un'esposizione internazionale da gestire, una questione interna da chiarire e un arroccamento nazionalista che si evince dai siti web e dai blog dei milioni di internauti cinesi. Sullo sfondo i Tibet, gli uiguri e i tanti problemi che la Cina affronta per difendere il proprio prestigio di potenza mondiale.

Il rilancio cinese
La Cina rilancia e chiarisce. Un altro monito è giunto agli Stati Uniti e alla risoluzione sul Tibet, partorita giorni fa dalla camera dei rappresentanti, che distorcerebbe «in modo flagrante la storia e la realtà del Tibet». La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Jiang Yu, non ha usato parafrasi: si sarebbe trattato di «una rude interferenza negli affari interni della Cina ed ha gravemente ferito i sentimenti del popolo cinese. La Cina è fortemente indignata e contraria a questa risoluzione». Poi ci ha pensato anche Hu Juntao, il presidente cinese, che ha affermato come il Tibet sia un «affare interno della Cina», lamentando l'ingerenza e accusando il parlamento europeo di «interferire nei propri affari interni», ribadendo la lettura cinese sui fatti tibetani: «il nostro conflitto con la cricca del Dalai Lama non è un problema etnico, religioso o di diritti umani, un problema di difesa dell'unità della Nazione o di divisione della madrepatria». Non stupisce, dunque, la notizia della chiusura sine die del Tibet gli stranieri, venendo meno alla promessa di aprire il territorio tibetano a giornalisti e turisti dal primo maggio. Una decisione che, forse, dimostra quanto ancora sia complicata la situazione in Tibet, sotto il profilo della repressione e della chiarezza. La Cina, è opinione di molti osservatori, si sarebbe fatta trovare stranamente impreparata da tale rivolta, tanto che, non pochi anche in Cina, ritengono che sia stato creato tutto ad arte, per affrontare le problematiche con molto anticipo sui giochi olimpici. Gestire una rivolta in Tibet o nello Xinjang in agosto, sarebbe stato molto più complicato e difficile, con il paese invaso da turisti e impiccioni giornalisti occidentali. Rimane il fatto che la Cina ora deve affrontare la questione, in un momento in cui l'onda appare placarsi. Il Dalai Lama fa la star negli Stati Uniti - 150 mila assisteranno alle sue conferenze - mentre il percorso della fiaccola, in terra d'Africa attualmente, sembra poter progredire senza eccessivi problemi. L'attenzione dei cinesi allora si rivolge al proprio governo e ai suoi movimenti per gestire il disagio e le polemiche che giungono dall'ovest, nonostante una ulteriore stretta a internet e alla possibilità di raggiungere siti bannati (come quelli della Cnn e della Bbc).

«Non comprate Luis Vitton»
A pochi giorni dai fatti di Lhasa il mondo internet cinese si è stretto attorno ai propri governanti. E' uscito anche un instant book che metterebbe in evidenza la verità sul Tibet, ovvero di come i media occidentali abbiano travisato la realtà, dando vita ad una campagna più anti cinese, che non pro Tibet. Una posizione che in Italia ha trovato il supporto del filosofo Vattimo, attraverso l'appello fatto circolare in internet che ha acceso discussioni e polemiche, specie in relazione all'ambiguità della richiesta di un'autonomia, spesso confusa in Occidente con il termine indipendenza, dai risvolti storici e culturali tutt'altro che semplici. E' opinione del professore Stefano Cammelli, autore di Ombre Cinesi, che «trasformando il problema tibetano in una questione nazionale la protesta occidentale è andata a stimolare corde e accenti pericolosissimi e che garantiscono una risposta schematica, brutale, retrograda. Era questo che si stava cercando?».
I cinesi, dal canto loro, non si capacitano delle proteste tibetane: «da un paese medioevale, con una teocrazia religiosa, gli abbiamo portato soldi, grandi opere e turisti. Cosa vogliono ancora?» E' la posizione preminente delle opinioni e dei commenti sui blog. Sono nati anche siti di contro informazione, a loro modo: quello anti Cnn ha raggiunto picchi di collegamenti, mentre Sina.com ha lanciato una petizione contro i media occidentali: milioni le adesioni. Non solo. Nei meandri dei blog cinesi - spesso l'unico modo per arrivare a notizie censurate dai media filo governativi - sono partite anche iniziative di boicottaggio. Anche il prestigioso Guardian ha ripreso la polemica lanciata da un blog su una pubblicità della Coca Cola, apparsa in Germania, che sosterrebbe la causa tibetana. Più importante, invece, in termini di reale efficacia, appare il boicottaggio contro i prodotti francesi. Il Financial Times vi ha dedicato un focus: ai cinesi non è piaciuto l'atteggiamento ufficiale dei francesi. Ecco allora le liste dei prodotti da boicottare tra i quali spiccano L'Oreal (e il mercato dei cosmetici in Cina può considerarsi un boom in piena regola), Luis Vitton, Givenchy. Non è una novità per i cinesi: tre anni fa venne lanciata una campagna anti giapponese. Un impatto sensibile sul mercato, seppure di breve durata. I brand stranieri sono costantemente sotto l'occhio dei consumatori. La stessa Nike, anni fa, fu costretta a chiedere scusa «al popolo cinese» per una campagna pubblicitaria che ledeva la cultura del paese. Nonostante il boicottaggio, ironizza un blog del Celeste Impero, è un anonimo collezionista cinese che si è aggiudicato i nudi di Carla Bruni, moglie di Sarkozy, per 91 mila dollari ad un'asta di Christie's.

Il fronte tibetano
Ieri il gruppo di esuli tibetani "Studenti per il Tibet Libero" ha «condannato con forza» la decisione del Comitato Olimpico Internazionale di confermare il passaggio della fiaccola olimpica in Tibet. «Consentire alla Cina di portare la fiaccola olimpica in Tibet mentre i tibetani vivono sotto la legge marziale è da incoscienti», ha affermato il direttore esecutivo del gruppo Lhadon Tethong. «Non è un problema di sport - ha aggiunto - è un problema di vite umane in una nazione che lotta per sopravvivere. Le persone di coscienza in tutto il mondo riterranno i membri del Comitato Esecutivo del Cio personalmente responsabili delle azioni del governo cinese in Tibet durante la staffetta della torcia». Un altro gruppo di esuli tibetani, la Campagna per il Tibet Libero, ha affermato che alcuni dei 50 monaci che giovedì scorso hanno manifestato contro la Cina davanti a un gruppo di giornalisti nel monastero di Labrang, nella provincia del Gansu, sono stati arrestati. Il gruppo non ha precisato quanti sono i monaci arrestati, e di quale reato siano accusati. I cinesi hanno smentito, ma è il segnale che in Tibet la questione è tutt'altro che chiusa. L'Asia Times ha aperto un varco di osservazione interno alle forze che protestano contro il governo cinese. Il fronte tibetano si starebbe frammentando: alcune frange del Tibetan Youth Congress, nato nel 1970, non condividerebbero la linea morbida del Dalai Lama. Non solo sarebbero più propensi a richiedere una esplicita indipendenza, ma non appaiono contrari anche a metodi violenti. I portatori di tali istanze sono per lo più giovani, educati in occidente, senza quello zelo religioso dei loro genitori. Rispettano il Dalai Lama, ma non lo considererebbero la propria guida spirituale. La questione, è più che mai aperta.

(da Liberazione, 16.04.08, Roberto Onorati)


Tokyo anno zero, David Peace

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 19:54

Ecco.

Se avete perso, e che palle perdere sempre. O se dove si può solo perdere, non avete perso, leggetevi Tokyo anno zero, di David Peace. Se oltre a non avere perso pensate che James Ellroy riesca a darvi la schizofrenia del mondo attuale, attraverso sbirri tremendi, personaggi inquietanti, schizoidi pensieri eccetera, non ne sentirete – completamente – la mancanza con David Peace. L'anno zero giapponese, ispirato alla Germania Anno Zero di rosselliniana memoria, umanamente potrebbe assomigliare al vostro attuale stato d'animo. Presente infuocato, da cui fuggire, rincorrendo e scansando il passato. Gari gari.

Riprendo le parole di Genna: Tokyo anno zero è un inabissamento in una realtà che sembra parallela e che invece fu storica e a noi giunge, grazie a Peace, con un vento tempestuoso, un ciclone per nulla esotico, privo di radioattività ma colmo di immagini spettrali, facendo sbattere violentemente le persiane delle sicure casette monofamigliari della nostra narrativa.

Un calcio in culo e due dita in gola. Vomito bile grigia. Sangue e merda, perché no. Scrittura ansiolitica, a immagini, a fastidio a pruriti, insulti e bestemmie. Mi scuo e mi inchino. Mi inchino e mi scuso. Intrecci che si perdono e si riagganciano, ma che cosa ce ne fotte. Come se il ritmo assunto in modo violento fin dall'incipit, facesse più di un calmantin al contrario: qualcosa che ti tiene su. Cazzo che bello sto hard boiled. Centocinquantun Calmantin....


[China] brand Tibet, brand Uiguro e brand francesi

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 13:09

Anche l'Herald Tribune si interroga e analizza la differenza tra il brand Tibet e il brand Uiguri. Per dire, il dissidente cinese intervistato da La7 è un eroe. Uno uiguro è un terrorista...di sicuro. Uno o una che tira un pomodoro a Ferrara è un violento. Uno che brucia una macchina è un devastatore. A parte il primo, gli altri non sarebbero mai invitati a parlare in uno studio televisivo, senza essere derisi o additati da ospiti e conduttore. In ogni caso, l'articolo dell'Herald è interessante, anche se non tiene ancora conto, è di alcuni giorni fa, della visita da star del Dalai Lama negli Usa (Murdoch, altro stinco di santo, lo ha definito “un monaco che sciabatta con scarpine di Prada”...), ma analizza come la percezione occidentale dei contrasti interni della Cina (sui quali, come dimostra il professor Cammelli, ci sono più domande che risposte) favorisca la leadership cinese. Poi passa ad analizzare le reali vittime, secondo l'editorialista, di tutto: i cinesi.

Inoltre: dopo la Coca Cola, tocca ai prodotti francesi. In Cina parte il boicottaggio anti Francia. Per dire, per L'Oreal, ad esempio, potrebbe esserci un seppur minimo fastidio: il settore dei cosmetici è uno di quelli che tira di più in Cina. Shanghaiist, blog di informazione e cultura, ironizza: si boicottano i prodotti francesi e poi un anonimo collezionista cinese ha comprato da Christie's le foto della Bruni, moglie di Sarkozy, nuda. Ironie.

Il Financial Times sul boicottaggio

Newswatch


[China] Il Maestro della Notte

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 17:24

La copertina non è male. In questo giorno interlocutorio, in fatto di fonti interessanti on line, riprendo il discorso sulle letture cinesi. Dopo i saggi e English, Mo Jan e Yu Hua (il mio preferito) e tanti altri, Spaghetti cinesi e romanzi di scrittrici cinesi, ecco Il Maestro della Notte, di Bai Xianyong, Einaudi. In copertina il consueto slogan così così: il romanzo della gioventù bruciata cinese.

Il romanzo è interamente ambientato a Taiwan. Nella notte di Taipei, nelle sue luride, lugubri e allo stesso tempo vitali scorciatoie di vita e morte, sconcezze, orgasmi e nude romanticherie. E' la storia di un Maestro e mille incontri, così sempre uguali e così, ogni volta, diversi. Tante storie e la consueta caratteristica che mi pare di avere riscontrato in molti autori cinesi.

Ovvero, la capacità di affacciarsi al presente e ai suoi temi più problematici, con plot e dinamiche di trama non distanti dagli autori occidentali, ma che mantiene intatto uno stile narrativo e di metafore, immagini, espressioni, sfrontatamente e tipicamente cinesi in cui rivedono persone e situazioni reali, per chi ha potuto sostare qualche periodo in Zhong Guo.

Espressioni, volgarità, modi di dire e l'arte di narrare affidandosi a scorci, a immagini: impossibile descrivere tutto, impossibile vedere solo una parte del tutto. Come diceva Mao, senza inventare niente, ma inserendosi nel solco della millennaria cultura cinese, in tutte le cose, l'uno si divide in due. Sintomo di strade cinesi, per valori e idee solo avvicinabili a istanze occidentali, ma mai realmente convergenti e identiche. Valori e proverbi che dimostrano la difficoltà a comprendere un paese così diverso, nelle affermazioni e nelle negazioni, così come nelle reazioni al divenire della storia. O, come accade ne Il Maestro della Notte, della vita.

Mille storie si avvolgono – e si dividono in due, e ancora in due, e ancora - intorno alla notte di Taipei, luogo deputato a raccogliere gli umori di giovani e meno giovani, costretti a vivere di notte. L'omosessualità – e il viversi l'omosessualità in Cina – non è protagonista del libro, sebbene sia l'elemento che ha determinato una prima censura in Cina e a Taiwan del libro: l'omosessualità appare più l'elemento che fa da sfondo, provocatoriamente considerato scontato e che unisce: è l'elemento semplicemente previsto (i protagonisti principali sono tutti omosessuali) di drammi e sterili successi o ritorni a una vita normale, che si aggrappano a speranze di volta in volta vane e vagamente surreali. Vecchi, bambini, ricchi, poveri. Un universo privilegiato per chi ne conosce ogni anfratto, clamorosamente incolore per chi non sa cogliere tutte le sfumature della notte.


[China] Uiguri!

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 13:09

Ora voglio vedere se ci si indignerà allo stesso modo del Tibet. Dalle agenzie:

Le autorità cinesi hanno reso noto oggi di aver sventato un piano per sabotare le prossime Olimpiadi, che consisteva nel rapire atleti e giornalisti stranieri. Almeno 35 persone sarebbero state arrestate nell'àmbito delle indagini nella provincia dello Xinjiang, abitata dai musulmani Uiguri, parte dei quali rivendica l'indipendenza della regione che chiamano Turkestan orientale. Secondo Pechino, nella regione sarebbero stati commessi più di duecento atti di terrorismo negli ultimi due anni, ma gli attivisti accusano il governo di fabbricare false notizie per giustificare la repressione.

Uiguri:

 

Chi sono costoro: da wikipedia

Nazionalismo etnico

Limbo giuridico per 5 uiguri a Guantanamo (una storia del 2006)

Dopo il Tibet si ribellano gli uiguri islamici

L'ultima operazione di polizia, di oggi


[China] Il brand Tibet

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 11:14

L'altra sera ho visto un programma in televisione. Si intitola Niente di Personale, lo conduce il direttore de La7, Piroso, si chiama. Uno che tende a raccontarti la sua vita, intervistando altre persone. L'attacco è stato micidiale, d'effetto. Collegato da Parigi un dissidente cinese che si è fatto 9 anni di carcere per aver tirato, ha detto lui, uova contro il ritratto di Mao in piazza Tien an Men, nel giugno dell'89. Ora è rifugiato politico in Canada. Parole forti, interessanti e una presa diretta da parte di un dissidente in carne e ossa. Giornalisticamente parlando, un bel colpo.

Poi Piroso ha voluto metterci del suo: la Cina comunista di qua, la Cina comunista di là. E vabbè, fino a lì, insomma, formalmente la Cina si definisce ancora comunista. Formalmente. E si sa che il Tibet è un brand di successo, che eleva i punti “democratici” di ognuno. E il discorso, per fortuna, non si è solo limitato al Tibet, ma anche, in generale, alla dura repressione cinese di ogni forma di dissidenza. E giù a lamentarsi di processi iniqui, di condanne assurde, operazioni di polizia scandalose. Niente da dire, anzi giusto stigmatizzarle.

Mi chiedo però, perché si debba andare fino in Cina per evidenziare trattamenti inumani. Forse Bolzaneto, per rimanere in ambiti di cui mi sono occupato, è meno spendibile in termine di share? Forse la Diaz, Aldrovandi, Bianzino e tanti altri, sono poco appealing in termini di vendita di spazi pubblicitari tra una notizia e l'altra?

E ancora: scandalosa la gestione mediatica cinese, si è detto, sui fatti in Tibet. Invece la brillante operazione della Diaz a Genova non ebbe in seguito, e negli anni a venire, una gestione mediatica scandalosa? Le molotov inventate, invece, sono un segno di grande democrazia?

Il capo e l'ex capo della polizia italiana che dicono, al telefono, che al magistrato che indaga sulla polizia bisogna “dare una bella botta”, è un sintomo di società garantista e democratica? (qui potete leggervi la richiesta di rinvio a giudizio per De Gennaro e amichetti)

E ancora Luperi, all'epoca del g8 di genova nel 2001 era Consigliere Ministeriale Aggiunto in missione alla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, mentre ora è stato promosso a un non ben specificato compito alla Presidenza del Consiglio, che nelle dichiarazioni spontanee in aula dice che durante la riunione con tutti i più alti in grado della PS in cui si decise dell'operazione Diaz, lui non si rende conto di nulla perché "esce a sciacquarsi la faccia", "gioca a cambiare la suoneria del telefonino di Fiorentino", o "fuma una sigaretta"?

Ora, certo, l'argomento era il Tibet e non è che si possa chiedere a La7 di mischiare i piani, di mettere tutto insieme. Prendo solo come spunto la grnde mobilitazione del mondo dell'informzione per la causa tibetana, legittima e comprensibile e mi chiedo solo: l'indignazione sui fatti tibetani da dove nasce? Da una reale partecipazione, o dalla vendita di un altro brand, come si trattasse di spazi pubblicitari spendibili sul pubblico televisivo?

Analogamente si chiede cosa ne sia degli altri diritti di altri popoli all'autonomia, i palestinesi, i kurdi e i baschi ad esempio, nell'informazione internazionale, Uri Anweri, un israeliano che analizza il potere del brand Tibet in termini di opinione pubblica, paragonandolo ad altri territori in lotta per una propria maggiore autonomia. Lotte, culture che non trovano spazio nell'informazione internazionale. Meno facili da veicolare all'interno dei meccanismi di comunicazione di massa.

Come se in Tibet, perché c'è il Dalai Lama, non ci fossero invece realtà dure e pure, paragonabili a strutture di supporto a lotte indipendentiste, non lontane da quelle europee (baschi e corsi, per dire) o altre (quella palestinese).

Il brand Tibet è più forte e funziona meglio. A giustificarne l'attenzione ci prova un intervento di Polonews, ripreso dal blog sulla Cina del Corriere della Sera. Un post molto interessante e l'ennesimo ripasso – e interpretazione – della storia e le ragioni delle proteste tibetane.

Dal Web, 10 aprile:

Dati e sviluppo del Tibet (fonti cinesi)

Gli errori dell'ovest hanno acceso una nuova scintilla nazionalista in Cina? Alcuni blogger cinesi parlano di una seconda rivoluzione culturale

Spaccature interne al fronte tibetano, tra i giovani del Congresso, più intransigenti, e il Dalai Lama

 


[China] Dal web, 9 aprile

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 10:07

Stereotipi su Cina, Tibet e Occidente. Un interessante articolo su Asia Times

La terra dell'Imperatore Giallo, un mitico antenato della etnia Han, che si suppone vissuto 5000 anni fa e sepolto nella provincia dello Shanxi. Un articolo dell'Economist sul nazionalismo cinese e i problemi con le minoranze etniche, come già evidenziato da Mao, dopo la conquista del Tibet.

Crescita dello yuan, proteste dei lavoratori e fuga delle imprese dalla Cina, al Vietnam. Articolo del Los Angelese Times.

Sito anti CNN sotto attacco. Lo sostiene il sito Web The Dark Visitor, e-zine del mondo acaro cinese.

Il Dalai Lama parla di pace, ma in realtà mente. La lettura cinese dei giorni tibetani sul principale quotidiano in lingua inglese, China Daily.


China, Tibet e Coca Cola

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 16:31

Riprendo foto e commento da un blog cinese...che ha scoperto il cartellone pubblicitario (a sinistra), in una stazione ferroviaria di Brema, in Germania....:-)

The three monks are Tibetan lamas

The rollercoaster ride represents freedom

"Make it real" means that Coca Cola intends to bring "freedom" to the Tibet

Comments...: "From today on, I will not drink Coca-Cola. I will mobilize all my friends and classmates to refuse to drink Coca-Cola too."

"We will organize spontaneously to make sure that companies that support Tibetan independence will lose their China market. No more Coca-cola from now on, and it is an unhealthy drink anyway...

Il blog in questione è questo, mentre non si possono non segnalare altre due cose:

- infuriano le ipocrite prese di posizione sulla fiaccola, mentre è silenzio in altre zone, dove a morire sono gli uiguri. Ma chi se ne frega, sono pure musulmani. Meglio parlare di Tibet, Richard Gere, Roberto Baggio eccetera.

- Inoltre, mentre infuria la polemica, la Cina procede nei suoi accordi internazionali... 

- in Cina fanno tanto e velocemente: il più veloce instant book della terra, versione cinese, sulla verità in Tibet (e qui link al sito cinese anti CNN in cui sono esposte le accuse dei cinesi, con confronti tra  video, foto e reportage, su quanto riportato dai media occidentali a proposito di Tibet).

Giusto per farsi un'idea a 300 gradi (come diceva il Professore...:-)


[China] Edoarda Masi sul Tibet

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 13:17

Riprendo dal blog di Chen Ying, uno dei migliori, se non il migliore, blog sulla Cina: notizie, riflessioni e approfondimenti. Chen ha pubblicato l'intervistata di Edoarda Masi, sinologa, sul Tibet. Molto interessante. Riprendo dal blog:

L’autrice è una delle due italiane viventi - l’altra è Renata Pisu - che possa vantare una conoscenza diretta della Cina che risale agli anni Cinquanta. Sinologa d’alto rango, ha vissuto a Pechino e a Shangai, dove ha insegnato lingua italiana all’Istituto Universitario di Lingue Straniere.
Ma Edoarda Masi è anche un’intellettuale della cosiddetta “
sinistra critica” italiana e ha scritto su tutte le più importanti riviste che hanno ispirato la controcultura italiana, I Quaderni Rossi, ad esempio.

Segnalare il suo punto di vista, in quanto documentatissima alternativa alla vulgata occidentale, è quindi utile e dovuto, anche se potrebbe apparire eccessivamente filo-cinese.

L’intervento a Radio Popolare è una rapida ricostruzione storica della questione tibetana, con indicazioni di lettura.
Sintetizzo brutalmente: il
concetto di nazione è stato sempre ignoto alle tribù tibetane, che hanno alternato periodi di sudditanza ai cinesi a fasi di autonomia. I mongoli (dinastia Yuan) danno poi autorità di governo ai monaci tibetani - che acquistano grande prestigio in tutto l’impero - sulle tre provincie dell’altopiano
All’inizio del
secolo XIX la decadenza Qing favorisce il tentativo di Gran Bretagna e Russia di staccare il Tibet dalla Cina e, con la rivoluzione del 1911, il Dalai Lama proclama l’indipendenza. Ma Sun Yat Sen riafferma la sovranità cinese. Nei successivi decenni di caos e occupazione giapponese, gli inglesi impongono sul Tibet una sorta di protettorato, vietando ad altri europei di entrarvi.

In funzione anti-britannica, gli Usa non riconosceranno fino al 1948 nessun rappresentante tibetano che non sia accompagnato da dignitari cinesi. Cambia tutto dopo la rivoluzione maoista e la proclamazione della Repubblica Popolare (1949).
Nel
1950 l’esercito popolare occupa il Tibet che non è uno stato indipendente ma formalmente una provincia cinese. Il Dalai Lama accetta di tornare in Tibet nel 1951 e si accorda con Pechino per una forte autonomia.

La società tibetana è ferma al 17° secolo, divisa in 3 classi: ci sono nobili e buddha viventi, poi il resto della popolazione (90%) in stato di semi-schiavitù. I cinesi impongono in Tibet le stesse riforme applicate in tutta la Cina, molti tibetani sono in prima fila nella loro esecuzione.
A quel punto, la
società si divide: nobili e filo-inglesi formano l’opposizione e si legano alla Cia mentre cinesi e filo-cinesi procedono con le riforme e creano scuole, ospedali e infrastrutture.

Dopo la rivolta del ‘59 (foraggiata da Washington), il Dalai scappa in India, mentre Zhou Enlai dichiara decaduto il vecchio governo e sopprime la schiavitù. L’80% delle terre viene nazionalizzato. Il 9 settembre 1965 è creata la Regione Autonoma.
Con la
Rivoluzione culturale (1966) si verificano saccheggi ed episodi di distruzione dei simboli religiosi. E’ un fenomeno analogo a quanto sta avvenendo nel resto della Cina e anche in questo caso va detto che una parte della società tibetana è in prima fila.

La Masi sottolinea che che se nel 1959 l’aspettativa di vita dei tibetani era di 36 anni, negli anni Ottanta si è saliti a 60 anni. E’ l’effetto del benessere e dello sviluppo portati sull’altopiano. 

Qui c'è l'audio di Radio Popolare. 


I granchi di Playa Giron

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 15:42

Playa Giron, oltre ad essere il titolo di una delle canzoni migliori di Silvio Rodriguez, almeno per me, è anche il nome della spiaggia, dove si combattè, nel 1961, contro l'esercito di mercenari messo in piedi dalla Cia, per tirare giù il giovanissimo governo fidelista di Cuba. La retorica, avvicinandosi al luogo simbolo, si spreca. C'è anche un museo che narra dell'impresa e raccoglie cimeli, documenti e i consueti particolari tanto cari ai cubani: scarpe, magliette, dentifrici. Un simbolismo ben comprensibile, che si ripete anche nel Museo de La Revolucion a La Havana, in cui sembrano mancare solo le mutande che Fidel indossò durante la trasversata con il Granma (esposto fuori dal museo, la barca, non le mutande).

Un gusto per i particolari un po' guardone, che si ripete meno nel museo del Che di Santa Clara: deludente il fuori, un'assurda calata di marmo stile milite Ignoto, e anche il dentro con un mausoleo tetro e funereo in stile faraoni egiziani depressi e una expo poco sorprendente, perché le foto e le notizie si sono già viste e sentite svariate volte.

A tratti, con i cartelloni pubblicitari sostituiti da giganteschi poster di propaganda, Cuba sembra una sorta di Disneyland della Nostalgia Comunista. Un luogo fuori dalla storia, che va avanti, nonostante tutto, ponendo interrogativi sia a chi a sinistra ci ha sempre creduto, sia a chi, ancora più a sinistra, mai ci ha creduto (io ad esempio). 

Con le sue contraddizioni e i suoi misteri (solo imprenditori, ad eccezione di chi, naturalmente sposa un cubano o una cubana, sembrano avere i requisiti per decidere di vivere sull'isola...) e la sua illogicità, tra burocrazia e desbelinamenti personali (dal genovese: intraprendenza personale) Cuba è un mix tra una desueta forma di resistenza al resto del mondo e un fallimento storico che assomiglia tanto alla fase pre apertura ai capitali che si realizzò quasi trent'anni fa in Cina (crisi economica, ideologia reggente in crisi e in difficoltà, cambio di potere ai vertici, prime piccole aperture). Le case, le auto, le strutture sembrano robe di oltre cinquant'anni fa, mentre sul Malecon e nelle vie de La Havana vieja è un brulicare di socialità, tra persone in crocicchi nascosti, gente appesa a sedie e con la chitarra in mano, code per il gelato, giardini gonfi di gente.

E come in tutti i paese del "socialismo reale", forme di controllo che, se non sono all'avanguardia, sono senza dubbio imponenti. Molti poliziotti, molte uniformi, organizzazione burocratizzata allo scopo di sapere, o quanto meno registrare, tutto. Tutti segnano tutto su foglietti sparsi ovunque. I taxisti, chi cambia i soldi, i baristi, chi affitta le case particular. Poi arrivano gli ispettori, uniscono i dati e controllano che nessuno abbia sbagliato niente. Un taxista che ci accompagnava all'aereoporto è stato fermato: il poliziotto gli ha controllato tutte le tratte e i tempi percorsi. "Si perde più tempo che a farsi fare una multa", ci ha detto il taxista, di ritorno dal contropelo del "compagno poliziotto". Queste rapide impressione dalla città, vivibile con i suoi ritmi, incomprensibile rimanendo nella vita di superficie, da turista e poco più. Poi c'è il resto.

Verso Playa Giron, infatti, si respira la Cuba campesina. La strada è colma di buche e gente per strada pronta a farsi dare un passaggio. Campi, raccolti, cavalli, pecore e mucche. Banane. Riso. Poi, ad un certo punto, la strada diventa rossiccia. Tante forme di cose spiaccicate al suolo, rosse, scure. Quando ci siamo arrivati era mattina e solo pochi, pochissimi granchi neri e rossi e gialli, stavano attraversando la strada. Ma sul suolo, c'erano i simboli di una strage.

Al pomeriggio, alle sei la situazione si presentava insuperabile. Con la macchina era impossibile andare avanti. Rumori e odori, importanti, come direbbe la Routard. Miliardi di granchi sulla strada, ad attraversarla, per depositare le uova e tornare poi al mare. Milioni muoiono, ma i granchi possono contenere fino a due o tremila uova. Osservando lo spettacolo si vagheggiava di ecologisti tedeschi pronti a trovare una soluzione. Incredibile, è vero: una ecologista è a Cuba per studiare un sistema di salvezza per i granchi. Per i cubani di playa giron, l'idea fa anche un po' ridere. Manco si possono mangiare quei granchi, perché sono tossici. (grazie a zack per le foto...;-)
 


La mano aperta di Cuba

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 16:35

Compañeros musicos, tomando en cuenta
esas politonales y audaces canciones,
quisiera preguntar, me urge,
que tipo de armonia se debe usar,
para hacer la cancion de este barco
con hombres de poca niñez,
hombres y solamente,
hombres sobre cubierta,
hombres negros y rojos, y azules,
los hombres que puedan del playa girón...

Lazaro è un fisioterapista cubano. Sei anni di università e poi la fortuna di diventare medico factotum di una squadra di calcio di italiani e cubani de L'Havana (quella in cui giocano Alviero Chiorri, ha giocato Enzo Gambaro e gioca Manuel Bodevilla, che non vi dirà un cazzo e invece si tratta del più volte miglior calciatore del Centro America. Lo acquisto il Marsiglia ma Cuba non lo lasciò partire. Ora ha quasi quarant'anni, ma il talento coi piedi è rimasto cristallino).

Essere medico dell'Associazione che organizza anche la squadra di calcio, accompagnato da un cartellino portato orgogliosamente al collo, ha consentito a Lazaro di potersi permetter cose cui molti cubani non possono arrivare (ad esempio sostare all'interno della lobby di alberghi, permettersi qualche cena sontuosa, a loro modo, utilizzare anche aiuti diretti degli italiani cubani e una platea per il suo sterminato parlare).

Pesa più o meno 130 chili, ha mani grosse come le foglie dei platani grossi, una parlantina infinita, che unisce spagnolo a parolacce italiane, una camminata possente, durante la quale le mani non stanno mai ferme. Ha sempre qualcuno da salutare, qualcosa di indicare, pensieri da aiutare. Di Miriam, invece, ho meno informazioni. E' Dottoressa al Pronto Soccorso della zona de L'Havana, vicino ai campi di calcio dove abbiamo giocato. Si è presentata con la sigaretta in bocca, capelli rasta e un dialogo che più o meno è andato così:

Miriam: come ti chiami?

Io (steso su un lettino di metallo e circondato da quattro tende verdi): Beirut

Miriam: ok Beirut ora ti faccio l'anestesia locale, sentirai male, ma è un attimo.

Io: ok, mi fai anche l'antitetanica che mi sono sguarato contro...

Lazaro: era una roba di ferro, di mierda...

(L'assistente porta, avvolte in carta come quella della focaccia a Genova, gli strumenti del mestiere. L'autista del pullman è più bianco di me. Avrò modo di rassicurarlo, che ci manca che gli faccio causa. Mala suerte. Sembrerà meno bianco, più tardi.)  

Miriam: no no. Fino a che non diventi rigido e hai spasmi da morto, non ti serve.

Io: ah ok.

Miriam: non guardarmi così, altrimenti rischi di innamorarti.

Io: ...

Lazaro: uh uh

Io: ...

Miriam: e in ogni caso...

Io: si?

Miriam: l'antitetanica non ce l'abbiamo.

Io: ...

Lazaro: non è importante, non ti preoccupare.

Io: allora posso giocare?

Miriam, Lazaro: no.

Io: la troveremo?

Lazaro: non lo so. Ma non è importante! Ora non rompere i coglioni.

Io: ok, senti Miriam, quanti punti mi hai messo?

Miriam: non mi ricordo. Cinque, sei, forse otto. Torna tra due giorni, ciao Beirut.

Pantaloncini da calcio numero 29 (come Fabiano del Genoa), maglietta commemorativa della sfida tra Commissari Europei (io avrei dovuto giocare con loro, divisa stile Pescara di Junior e Sliskovic, strisce bianco e azzurre con numeri rossi. Prima partita, derrota: 0-2, ma avremmo ampiamente meritato di pareggiare. Il clima torrido, il campo duro e Manuel Bodevilla hanno fatto la differenza) e Italiani e Cubani, mi accomodo in panchina, smadonnando e guardandomi la mano sinistra fasciata. Uno sguaro che mi ha permesso di toccare con mano (è una battuta che avrebbe potuto fare Lazaro) il socialismo reale cubano. Avrei preferito me lo avessero raccontato. Chiedo se posso fare almeno 5 minuti. No, è la risposta di Lazaro, che mi parla per tutta la durata della partita, di posti dove mangiare squisitamente, di posti da vedere, di cose da fare, di musica, di posti dove si balla e del suo curriculum. Ci vediamo due giorni dopo. Programma prestabilito: visita da Miriam, ricerca dell'antitetanica e delle medicine.

Perché Lazaro mi ha messo in una situazione particolare: in pratica mi sto facendo curare clandestinamente dai medici cubani. Io, in teoria, sarei dovuto andare all'ospedale internazionale. Le relazioni e la socialità di Lazaro hanno disegnato però, altre traiettorie, tra sale d'aspetto, stanze per la vaccinazione dei bambini - “è il nostro progetto medico rivoluzionario” – stanzette di medici cubani intenti a compilare fogli per dire a quei bastardi dell'Iberia che il loro overbooking bastardo dovevano metterselo in quel posto, perché io avrei potuto volare e tornare a casa.

Arriviamo e i piani sono cambiati. C'è sempre tempo a Cuba, per cambiare i programmi. In un baretto un turista ha chiesto a un vecchietto l'ora. Questo era il trombettista di un trio che sembrava di essere in Buena Vista Social Club o al cospetto di Atahualpa o qualche altro dio. Fanno tre canzoni e poi si riposano. Il chitarrista ha un purito cubano bello lungo e largo che lo aspetta, dopo ogni trittico. poi il trombettista si alza, da' un colpetto di fiato, si spegne la radio e si ricomincia a suonare. Al giovane che gli chiedeva l'ora, il musicista, appoggiato a una sedia, intento a fumarsi la sigaretta, ha alzato lo sguardo e gli ha risposto: “Hombre, c'è sicuramente tempo”.

Insomma, Miriam non c'è, o non si trova, o chissà cosa e allora si va in un altro ospedale. “Abbiamo studiato tutti insieme, qualche favore ce lo facciamo sempre, tra medici”. Lazaro mi parla sul divanetto della sua casa. “Muy humilde, pero linda”, mi dice. Ci sono sua figlia piccola e sua moglie, incinta di qualche mese. Un'altra bambina. Poi la madre, la sorella. La mamma di Lazaro è stata a Roma. Dalla porta si affacciano un po' tutti. La strada è bianca, sterrata e su quella si affacciano piccole casette: basse, con piccoli portici e piante di ogni tipo. Tutti sono interessati alla mia mano fasciata. Mentre ci facciamo un caffè squisito Lazaro mi programma la giornata: andiamo qua, facciamo questo, poi quello e infine andiamo a mangiare. Con quella. E mi indica una macchina azzurra e bianca, americana, anni 50. Ci staremo in 6 e sembrerà di avere il culo per terra. Dovremo fare strade secondarie, perché quel coso se ci becca la polizia, insomma, mica potrebbe girare quella macchina. Però c'è vento, aria e dopo un chilometro si spacca il sedile davanti e ci finiscono sulle gambe i primi tre. Fortuna Lazaro è dall'altra parte. Sennò pure le gambe. Hellas è schiacciata tra me e la moglie del doctor. Tiriamo su il sedile e si andrà che è un piacere.

Intanto, giunti all'ospedale, dopo due giorni in cui mi ha detto che in ogni caso l'antitetanica non è importante, la troviamo. Mi fanno la punturina, “l'infermiera migliore de L'Havana, mica cazzi”, e Lazaro mi dice che finalmente ha l'animo in pace. “Era molto pericoloso senza l'antitetanica”. Eh.

Poi due infermerie in minigonna e calze a rete mi cambiano la fasciatura. Mi cede la pressione, fa un caldo dell'orso. Hellas tira fuori uno dei suoi conigli: un chupa chupa comprato in una stazione di benzina mentre si andava a Playa Giron. Mi riprendo, mentre si sprecano le battute. Infine a pranzo con Lazaro e signora: lechon al carbone. Buonerrimo.

Lazaro ci racconta, della sanità gratis, dello stipendio di un medico, più o meno 25 pesos convrtibili, o cuc (quella dei due pesos è proprio una bella merda escogitata dai costruttori del socialismo cubano), più o meno 20 euro, di come si tiri a campare, dell'umanità straordinaria dei cubani. Sul socialismo, Fidel, Raul e compagnia, un sonoro “vaffanculo”, ma non di rabbia. Di chi, semplicemente, ha una famiglia da mantenere tra salti mortali e botte di culo e apprezzerebbe un tenore di vita vagamente migliore. Poi torniamo a casa, ci si scambia numeri e indirizzi, abbracciandosi e dicendosi, "a presto". Ora lo devo chiamare, per dirgli che tutto è ok.


[China] Tibet!

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 12:18

E' passata ormai una settimana dai fatti tibetani. Si può raccontare la vicenda sottolineando alcuni punti particolarmente interessanti. Non per questioni di parte, ma, credo che alla fine tra tutti i quotidiani di informazione italiana, quello più laico sia stato Il Manifesto. Prudente il Corriere, un po' sballato Repubblica, terribili i nostri politici.

Appoggiare senza porsi domande la causa del Dalai Lama è scorretto, oltre che troppo facile. La posizione migliore, al solito, è quella di portare alla luce quanto dietro ad ogni fatto pulsa e scroscia. Il Dalai Lama è un'autorità religiosa. La Cina ha invaso militarmente il Tibet, dove regnava una teocrazia, sostituita da una forma dittatoriale differente, portata avanti a suon di soldi e opere avveniristiche. I cinesi ragionano così: utilitaristi a loro modo. Come a dire: vi abbiamo permesso di mangiare due volte al giorno, che cosa volete adesso?

Così quando sento Giordano o altri sinistri appoggiare indiscriminatamente la causa tibetana, mi si pongono interrogativi sulla corretta interpretazione della politica estera da parte dei nostri politici. Né con il Dalai, né con la Cina, sarebbe la posizione un po' internazionalista – oddio l'ho detto – che ancora dovrebbe animare un concetto di popolo e autodeterminazione, lontana dai canoni consueti occidentali (che sfociano in razzismo, nazionalismo ed idiozie politiche).

Tanto più ridicolo l'appoggio al Tibet, senza se e senza ma e senza pensarci su, quando tutto il mondo si caga in mano al pensiero di fare uno sgarro ai cinesi. Loro, zitti zitti, hanno oscurato i fatti, ammesso parzialmente qualcosa e propagandato, alla stregua di una potenza occidentale (pensiamo all'Iraq, nel mondo, pensiamo a Genova, in Italia) la propria verità. Il Dalai Lama ha fatto la stessa cosa, lavorando per un anno intero per questo solo e concreto momento.

Cosa succederà? Niente. Perché il Tibet comincia a retrocedere nelle notizie calde dei quotidiani, va scemandosi l'attenzione, come se i fatti succedessero solo perché ne parlano i giornali, si ricomincerà a tarallucci e vino e proprio nel momento in cui l'attenzione dovrà essere alta (repressione giudiziaria cinese e indagini interne – che porteranno ad epurazioni, c'è da starne certi) – nessuno ne parlerà più. Come per gli uiguri o per altri focolai pericolosi per i cinesi.

Non c'è niente da fare: siamo occidentalisti in ogni nostra declinazione del pensiero. Pensiamo di capire ed etichettare un mondo così diverso, ma così ricco di millenaria storia filosofica, sociale e politica, con i nostri canoni di valutazione. La Cina, forse, non si può spiegare, catalogare, assumere. Si può solo raccontare.

Poiché Il Manifesto poi blinda gli archivi, copio un articolo interessante, storico e politico, qui di sotto.

Il ginepraio tibetano radice antica della rivolta

Dal VII secolo a oggi i tibetani hanno percepito la Cina alternativamente come antagonista o protettrice, ma la convivenza è sempre stata difficile, talvolta tragica, per gli errori delle classi dirigenti (Continua)

[Libri] Il libro di Luca Casarini

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 11:43

 
La parte della fortuna è un libro che si legge rapido, il cui inizio molto promettente, non trova poi un suo sviluppo altrettanto fascinoso. Scrive bene Casarini, molto lirico in alcune parti, dialoghi a volte un po' strozzati, linguaggio mix tra italiano (molto buono) e slang (molto interessante). Un mix tra l'ultimo Carlotto (prevedibile nella storia, ma sempre interessante nello stile e nel divenire dei personaggi), la struttura narrativa di Dazieri (e il finale a ricordare il primo ending della saga del Gorilla dove il Leoncavallo di milanese memoria è sostituito dal Rivolta) e ammiccamenti alla letteratura delle rape di Bunker, seppure con meno foga, più sarcasmo, più quiete e meno rabbia. Riferimenti, naturalmente, perché un'opera prima o è un capolavoro o è sempre un passo intermedio nella vita di un autore.

La storia in sé, a mio parere, è lenta e prevedibile, ma ha un grande merito: quello di aprire un varco, narrativo, sulle squallide dinamiche dei CPT e di tutto quanto vi gira intorno. Un morto, una fuga, un'organizzazione di amici che corre in aiuto.

Dinamiche un po' infantili, adolescenziali, non in senso negativo, portate avanti con uno stile rigoroso e in alcuni momenti molto poetico. Marghera, Venezia, Pantelleria sono gli sfondi contrastanti dei movimenti inconsueti e schizofrenici della fortuna, che pare non abbandonare mai i protagonisti del libro. Come in tutte le opere prime c'è troppo, in alcuni casi (troppa insistenza su alcuni modi per caratterizzare il personaggio principale, vedi le ricette) e troppo poco in altri punti.

L'inizio del libro mi aveva convinto: quando si affacciano i personaggi e il piccolo intrigo che fa da sfondo al libro, Casarini promette al lettore alcune ore di svago intelligente e divertente. E' la stretta di mano, dell'incipit, tra autore e lettore, come sostiene Baricco. Io la mano l'ho stretta, ho accettato il viaggio.

Poi il ritmo si perde un po', la storia si dipana per lo più in azione, e non in mistero, e la categoria del noir cui il libro è associato, richiede la sua dose di suspence che nel libro non c'è più. Finale prevedibile e aperto a un nuovo episodio della strana cooperativa, protagonista del romanzo.

In epoca di gialli e noir un po' spenti sotto il profilo della trama – ammetto il mio amore per trame complicate con colpi di scena continui - ma anche deboli sotto il profilo della più pura ricerca sociale, La Parte della Fortuna, ha il merito di essere un noir militante.

Ce ne vorrebbero altri.


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