[Sarpi - Shanghai +66] La ragazza è senza nome, di Dian Guang Blackswift
*** E vabbé. Questa è reality fiction, il cavallo di battaglia di Blackswift. Per l'occasione la firma è, in onore delle S.H.E. che hanno riscosso grande successo, Dian Guang Blackswift, il mio socio cooperante a distanza è d'accordo nel tributo. Ah grazie alieno, anche per la segnalazione...:-) e pure al tipo che ha giustamente notato come il mio socio sia italianissimo (buh) e come invece nella sigla di Blackswift scorra l'internazionalismo attraverso il sangue armeno, il mio...ok. Saluti anche a cla e al suo noblogs granata...
Reality Fiction, trasposizione del reale nel fantastico, nell'invenzione, in qualcosa che poteva succedere, o che magari è accaduto ma non esattamente così, o che ancora si sarebbe voluto potesse accadere...E per oggi ho consumato tutta la consecutio di cui dispongo. Alleluja. Butto su subito la prima parte...e poi anche la seconda eccheccazzo prossimi giorni non so se avrò tempo e poi soundtrack...:-***
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La ragazza è senza nome e porta una gonna corta e larga bianca. Va di moda a Shanghai, a Beijing è un lusso, una specie di avanguardia. Si guarda in giro, l'uomo la stava seguendo, ma è entrata in una zona fatta di viuzze strette, tra vecchie case di pietra, ancora lucide, ma in cui il passare degli anni si può ancora toccare, specie allungando furtivamente le mani sui portoni leggermente aperti. Panni stesi, vapori, odore di cibo. Probabilmente l'uomo ha deciso di starle più a distanza, hanno molti modi per pedinare la gente, questo sembra fare il proprio lavoro con metodo. Fa troppo caldo, all'una a Beijing il caldo ti asciuga le ossa, talmente è secco e assordante il calore del sole. Ma almeno si vede, il sole. Avrebbe bisogno di guardarsi allo specchio, contemplare la propria pelle, è preoccupata di avere le occhiaie e invece vorrebbe essere scintillante come nelle notti migliori di Shanghai. E sente le proprie labbra screpolate, ma non ha tempo di usare il suo burro di cacao, le sue creme per le mani e per il viso, deve agire e ragionare in fretta.Osserva qualche turista, chiede un'informazione a una vecchia signora che trova indaffarata a scendere da una bicicletta che sta in piedi per miracolo. La ragazza pensa che gli abitanti di Beijing siano quasi provinciali nella loro vita calma, nelle loro passeggiate languide e nelle loro stanche letture dei giornali inseriti nei grandi espositori per strada, nei parchi, nelle piazze. Non capisce il gusto di leggere di politica. Non capisce cosa abbiano da capire. Specie quando la loro città cambia ogni giorno, sotto i colpi delle gru e dei martelli che spaccano le pietre dei marciapiedi, per ridurne le dimensioni e aumentare il verde. La società armoniosa deve essere più verde. Un cinese può essere motivato solo dai soldi, non dall'ambiente.
La donna, vecchia e vestita con dei larghi pantaloni porta ai piedi un paio di ex ciabatte, ha lunghi baffi e rughe a solcare zigomi e fronte, dopo anni di vento asciutto, mattina e sera, tutto quanto il giorno, un'ora per mangiare un'ora per dormire. Indossa una camicia sudicia e sfregandosi le mani sulla vita, le conferma che la zona delle case vecchie riporta direttamente nella via parallela alla Città Proibita. E' l'informazione che le serve. Prova a superare diversi turisti, qualche ragazzo in bicicletta che stancamente consuma un gelato, di quelli che vendono in Tien An Men, quelli che è impossibile mangiarli senza sporcarsi, poi si ferma un attimo. Cambia posizione alla propria borsa, le tira la camicetta, nera, che attillata le stringe i fianchi, lo stomaco e quel poco di seno che si ritrova. Le piacciono le camicie nere: anche se sono sporche, non si vede.
Si riporta sulla via principale, uno sguardo a destra, uno a sinistra. Il poliziotto in borghese non c'è. In compenso una dozzina di soldati percorrono la via a passo di marcia. Uno davanti, dieci dietro, e uno in fondo a chiudere la fila. Sembrano talmente concentrati che è sicura, certa, non costituiranno un problema per lei. Riesce a immagazzinare una quantità di dati impressionante, pensa sia una cosa genetica del suo popolo, come i lunghi capelli lisci, fini e sottili e incandescenti al contatto e riprende a camminare. Ha intenzione di circumnavigare l'area, ma ha bisogno che trascorra qualche ora. E' troppo presto, caldo, afoso e l'inseguitore è troppo vicino. Ha bisogno di un diversivo, qualcosa che metta in difficoltà il suo strenuo uomo in borghese. Quando ci si avvicina a certe zone, pensa, i mille poliziotti si agitano, temono il peggio. Lei, invece, ha bisogno che intuisca le sue intenzioni, che pensi sia una farabutta, ma non una criminale. Meglio sgualdrina, che criminale. Ha fame, forse ha bisogno di pranzare. Non ha fatto colazione, scesa dal treno si è diretta in Tien An Men, aveva bisogno di capire per bene il flusso dei turisti.
E' stata la seconda volta che ha visto la piazza, la nostra piazza, le viene da pensare. Non ha provato niente. Lei non sarebbe mai stata una di quelle o di quelli che vanno in giro con il piccolo e unto ritratto di Mao in macchina, pendente come un vecchio dio impiccato, divenuto una superstizione, come se insieme a Servire il Popolo, dicesse anche, E ricordati, guida con prudenza, il Popolo te ne sarà grato. Non ha provato niente, neanche al pensiero della Città Proibita. Niente, neanche un po' di interesse per una storia che non le appartiene, lei è una di quelle che storia non ne ha, o è talmente breve che basterebbe la prima pagina del libretto rosso per racchiuderla tutta. La parola del Presidente, il Timoniere, Mao Ze Dong, al Popolo Cinese. Fine.
Lei, anche quella mattina in Tien An Men, ha visto solo fumo e un ragazzo portato via, qualche tempo prima, nel piazzale della sua scuola. Lui era tra una dozzina di poliziotti, inginocchiato e costretto a tenere la testa alta per farsi guardare da tutti, mentre al centro si dava vita al falò del male, droga bruciata, sogni infranti, banalità quotidiana che ritorna. Poi il suo nome ha smesso di esistere, dopo due giorni di condanna di giornali e dei loro stupidi e folli dazibao. Oh c'è il suo nome sul giornale, le donne andavano ripetendo nel vialetto del suo cortile, nel suo piccolo villaggio. Le donne andavano e venivano parlando di Yu Hao. Potremo mai superare l'onta, si chiedevano. Un condannato a morte, nella nostra casa. Le donne andavano e venivano pregando il Cielo e accarezzando i Leoni a protezione del Cortile.
Lei è una delle poche persone che né durante la scuola primaria, né durante quella secondaria, alla mattina, poco prima dei consueti esercizi ginnici, ha mai alzato la bandiera della Repubblica Popolare. Per uno scherzo del destino è nata il 30 settembre, esattamente un giorno prima del compleanno più importante del continente, la data di nascita della Repubblica. Se è vero che i numeri sono importanti, la sua vita era destinata al fallimento. Mai avuto il privilegio di issare la bandiera rossa e di essere, per qualche minuto, invidiata dai compagni di classe. I suoi genitori erano molto preoccupati di questo. E ancora di più quando il suo fidanzato è stato condannato a morte. Senza futuro, senza speranza, vattene, non sei nostra figlia. Una delle tante uniche figlie ripudiate con una scusa qualsiasi. Quando per il padre e la madre è troppo tardi per pagare il Governo e avere un altro figlio. Specie con il rischio che possa essere un'altra inutile ragazza. Si era guardata i suoi capelli, e si era chiesta se mai, quando sarebbero diventati bianchi e quando le pieghe dell'età le avrebbero solcato le mani e i fianchi allargandoli, sarebbe mai tornata lì. La risposta era un no, calmo e insipido, come la pianta d'aglio, senza soia a condirla.
E
poi e poi, se ti scopri a ricordare,
Ti accorgerai che non te ne
importa niente.
E capirai che una sera o una stagione
Son come
lampi, luci accese e dopo spente.
