[Sarpi - Shanghai] Frochinerie

Un post che avevo lì da un po' ma che mi ero dimenticato. Un post vecchio, con un vestito vecchio.
Un post chinao.
Un commento sulla pubblicazione del codice di leggi, in cinese, di Genghis Kahn e gli omosessuali in China.
Poi ho visto che Ang Lee ha vinto a Venezia. Che il suo film, Lust, Caution, in China sarà censurato e tagliato di circa 30 minuti (via le scene di sesso) e lui ha accettato.
Così anche i più piccini potranno vederlo.
Che il suo precedente film, Brokeback Mountain, in China lo avevano censurato tutto. Mai proiettato.
Nemmeno, che so, una cavalcata solitaria di uno dei due cow boy, molto Marlboro Country. Niente. Ang Lee è taiwanese.
E sul suo ultimo film, ispirato a un breve racconto, si è aperta una polemica incrociata (alla fin fine è la storia di una patriota cinese che se la fa con un collaborazionista durante il governo fantoccio nipponico, insomma robe delicate che riesumano odii e tutte le nefandezze compiute dai giapponesi. C'è un libro di un gerarca nazista in visita in Giappone durante la guerra con la China. Dopo aver visto le pratiche nipponiche anticinesi c'è la sua lettera al Fuhrer, in cui scrive, "Certo che questi giapponesi sono davvero degli animali"...)
Genghis Kahn e le sue leggi, di fatto, non è che valessero di per sé un link diretto all'omosessualità in China. Se non fosse che un giorno tutti i giornali cinesi hanno pubblicato la notizia con il seguente titolo: “Gengis Khan, il suo codice: morte agli omosessuali, rispetto della natura e interesse per il progresso”. E allora mi è venuta la curiosità di chiedere, per primo, cosa pensasse il mio amico Ly in tema di omosessualità.
Che ne pensano i cinesi, gli ho chiesto, dell'omosessualità? Disgusting, mi ha risposto. Lo pensi anche tu? Mi stai cercando di dire qualcosa? Ah ah, tu cosa ne pensi? Non mi dà alcun fastidio. E se due ragazzi camminassero mano nella mano in Nanjing Road? AhAh sarebbero sulla prima pagina del China Daily l'indomani.
Poi
mi ha detto che in realtà in China, da un po' di tempo,
l'omosessualità è sopportata, specie nelle grandi
città. Nel 2005 un noto settimanale pubblicò la foto in
prima pagina di due uomini cinesi con la scritta, “30 milioni”. Ovvero lo stimato numero dei gay. Il commento del Governo, solerte:
“It's ok to be gay, but dont make fuss”. Insomma.
A
quanto pare i cinesi per dire gay usano il termine dàtóng,
che nasce dall'unione delle parole che significano studente e
università. Infatti su wikipedia ho trovato che questo termine
è proprio in voga tra gli omosessuali universitari. Bah. Ly mi dice che il termine più usato è tong xin lian, laddove tong significa "same", xin, "sex", lian, "like". E' anche titolo di un film a tema omosessuale.
A Shanghai pare ci siano locali dove l'omosessualità è tollerata, salvo imprevisti: irruzioni della Polizia, angherie, eccetera. Del resto specie durante la Rivoluzione Culturale anche i gay non hanno avuto sorti magnifiche e solo nel 2001 l'omosessualità venne rimossa dalle lista delle malattie mentali.
A Shanghai dopo pochi giorni che ero qui, mi capitò di lavorare con una web agency di shanghainesi. Tra i loro lavori avevano anche fatto un sito a uno dei locali gay. Il sito era stato rasato e censurato.
C'è però un sito dove si trovano tutte le informazioni del caso, http://www.gayshanghai.com. Nel'elenco dei bar compare anche il Pub 97, dove sono stato due volte. Mi era parso di intravedere qualche poiana, ma nulla di più E' lì che ero durante la promozione del Genoa. Ly mi dice che assolutamente non è un locale considerato gay oriented. Sarà.
Infine per amici e amiche poiane, la città con più locali gay e che pare essere la città più open mind e accomodante della Cina è Chengdu, nel Sichuan, sud ovest della China.
C'è
un cartello di ricchioni
che ha deciso che
l'anno scorso andava
il rosso
e quest'anno il blè.
Pantaloni a coste
che
costavano al mercato euro 23
oggi li trovi alla boutique
comprati
dalle donne ricche.
L'han deciso i ricchioni e io devo
accettarlo.
