beirut

05 Nov, 2007

[Genova, verso il 17 Novembre] Genova teste per teste

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 17:57

Di seguito una ricostruzione di tutte le udienze, (le trascrizioni le leggere sul sito di Supporto Legale) che riassume i punti cardine emersi nel processo, clamorosamente ignorati dai pm nella loro requisitoria. In attesa del 17 novembre, un piccolo e lieve ripasso di quanto si sta discutendo e della posta in palio.

Il processo ai 25 manifestanti è ormai in dirittura d'arrivo. Oltre due secoli per i 25 imputati, la pena richiesta dai pm. Con oltre 300 ore di video e 15 mila fotografie circa, il processo ha sviscerato molto di quelle giornate. Quanto è emerso ha dato la possibilità di precisare come la preparazione di quelle giornate nel luglio 2001 abbia coinvolto i più alti vertici di polizia e carabinieri. Un vertice, quello di Genova, che rimarrà nei libri di storia e di cui molto è conosciuto, tranne gli aspetti più spietatamente politici. Sull'operatività (chi comandava cosa e chi) molti dubbi sono stati risolti, grazie all'identificazione attraverso relazioni di servizio, segnali sui caschi, divise. Manca solo l'ultimo tassello: chi volle che in quelle giornate si creasse un clima di impunità per le forze dell'ordine e di terrore per le strade, in modo che saltassero all'aria accordi, diritti e libertà di manifestare. Le centinaia di testi però, non sembrano essere stati registrati dai pm, tanto che l'accusa ha specificato: «Non mi serve un consulente tecnico e neanche un testimone per apprezzare quello che vedo». Ovvero, un milione e passa di euro spesi per un processo in cui alla fine i pm hanno ribadito le proprie convinzioni, già chiare ancora prima di ascoltare tutte le voci in tribunale. Quella che segue è una carrellata di testimoni del processo ai 25, che si incrocia con i tragici fatti di piazza Alimonda, archiviati e senza un processo. Nonostante i pm abbiano cercato di circoscrivere gli eventi al comportamento dei soli manifestanti, le centinaia di udienze hanno permesso invece di scoprire parecchi lati nascosti di quelle giornate: in modo particolare la preparazione e l'atteggiamento delle forze dell'ordine per le strade di Genova.
Il Tenente e Sun Tzu
«Nei giorni del G8 ero effettivo come tenente nel XII Battaglione Sicilia. Per il G8 si costituì il Ccir, Compagnia di contenimento e intervento risolutivo. Sembra un parolone ma non era altro che una compagnia che usava i nuovi equipaggiamenti per l'ordine pubblico».

Il tenente Mirante è nei punti nevralgici del G8: via Tolemaide, via Caffa, piazza Alimonda. Avvezzo a situazioni drammatiche, ricorda che sembrava di essere «nelle retrovie della prima guerra mondiale, poiché la guerra è come l'ordine pubblico». Cita Sun Tzu e De Gaulle, ma poi, quando si tratta di piazza Alimonda, la sua memoria e la sua arte oratoria si spengono. Ha visto tanti morti, lui. Il corpo di Carlo Giuliani e la possibilità che sia stato colpito da una pietra, già morto a terra, o ucciso dalla retromarcia del Defender, non lo tocca: «Ho visto tanti corpi colpiti da investimento: il corpo può rimanere integro ed essere stato investito. Non si può stabilire perché era morto, addirittura in alcuni processi l'avvocato cerca di dimostrare che uno è morto per infarto prima che per investimento».
Maestri di guerra
Benché Mirante minimizzi, la formazione di reparti speciali dei carabinieri ad hoc per Genova è un chiaro segnale di come le forze dell'ordine si siano preparate all'evento. Il curriculum dei capi di queste formazioni è di tutto rispetto. A Genova comandava, direttamente dalla zona Fiera, il generale Leso. Fondatore e capo in Bosnia e Kosovo delle Msu, Multinational Specialized Unit, la polizia internazionale finanziata dalla Nato, era anche a capo della seconda brigata mobile dell'arma, con lo scopo di addestrare e coordinare i reparti in missione di guerra. Tra i suoi uomini, parà Tuscania, teste di cuoio dei Gis e Ros. Con Leso ci sono Cappello, oggi maggiore, e Truglio: nel 1994 sono tutti insieme in Somalia e vengono citati nel memoriale Aloi fra «gli autori o persone informate delle violenze perpetrate contro la popolazione somala». L'inchiesta fu archiviata. Cappello, dopo Genova, viene mandato a comandare l'unità militare a Nassiriya (si salvò dalla strage perché in bagno) e ad addestrare la nuova polizia irachena (pare grazie ai video del G8). A Genova c'erano i capi delle missioni italiane all'estero, ma tutto questo per i pm non ha contato. Ha contato invece l'assalto mediatico del funzionario di polizia che accompagnava i militari italiani, Adriano Lauro.
Il dirigente e i sassi
Adriano Lauro era il responsabile dell'ordine pubblico in piazza Alimonda, oggi dirige il commissariato romano dell'Esquilino. E' lui a conquistarsi la scena in piazza Alimonda quando, rincorrendo un manifestante, gli urla «bastardo, l'hai ucciso tu con il tuo sasso». E i sassi, nelle sue deposizioni in aula, appaiono e scompaiono al fianco del corpo di Carlo Giuliani, e tra le sue mani. Il dirigente infatti è beccato a lanciare sassi ai manifestanti e sarà richiamato in aula a riconoscere quello che appare insanguinato accanto al corpo di Carlo (con la ferita a stella sulla fronte), salvo poi scomparire di nuovo. E ricorda gli attimi immediatamente successivi: «Si avvicina un poliziotto e mi dice che c'è un giornalista che ha raccolto un bossolo. Io dico "come un bossolo? Fammelo vedere". L'ho preso e ho chiesto dove l'ha trovato. "Vicino al cadavere", mi risponde. Ho avuto un'altra mazzata psicologica e ho pensato che non fosse stato un sasso. Avevo ancora dei dubbi. Penso di aver richiamato Massucci e di avergli detto "mi sa che non era un sasso, potrebbe essere stato un colpo, gli ho detto"».
Gaggiano e gli imbuti
La madre di tutti i disastri genovesi, prima dell'omicidio di Carlo Giuliani, è però la carica al corteo autorizzato di via Tolemaide. I carabinieri, per i pm, non sono responsabili di niente, d'altronde «è stato scelto dai manifestanti di scendere giù, ovvero non sono state le forze dell'ordine a far passare il corteo in via Tolemaide per poterlo aggredire», ha specificato Canciani in udienza. Angelo Gaggiano si presenta sul banco dei testimoni a Genova, dopo aver rilasciato dichiarazioni alla stampa nelle quali si era preso ogni responsabilità per la carica. Immagini e audio dimostrano il contrario. La deposizione di Gaggiano, goffa e macchiettistica, colma di dimenticanze e confusione, sfuma sulle sue comunicazioni radio, preannunciate dal grido che giunge dal centro di controllo della polizia: «No! Porco Giuda, hanno caricato le tute bianche!». Gaggiano spende minuti concitati a chiedere ai carabinieri di rientrare, di ritirarsi per lasciare il corteo. Parla di «imbuti», «qui non ci muoviamo più», continua a ripeterlo via radio, ma in udienza omette molto. L'attendibilità della testimonianza di Gaggiano, oggi in pensione, viene infine minata da un sordido retroscena: una condanna per ricettazione di mobili rubati, insieme a un magistrato.
Le spranghe di ordinanza
Il capitano Antonio Bruno è a capo dei carabinieri che, accompagnati dal funzionario di polizia Mondelli, caricano il corteo delle tute bianche. La sua deposizione, coadiuvata da immagini e fotografie, dimostra due cose. In primo luogo che la carica fu arbitraria e ingiustificata: i carabinieri partono all'attacco del corteo senza aver subito quel lancio di oggetti, come ha sostenuto in aula il funzionario ps Mondelli; si girano prima a sinistra caricando fotografi e giornalisti (si sente uno di loro urlare «aò so della Rai»), poi a destra, imboccando via Tolemaide e affrontando con grande veemenza gli scudi di plexiglass delle tute bianche. In secondo luogo le immagini hanno permesso di chiarire che, durante la carica, i carabinieri anziché usare i tonfa di ordinanza fecero uso di mazze di ferro. Nel novembre 2004 le udienze su via Tolemaide e la caccia all'uomo delle forze dell'ordine non sembravano più in dubbio per nessuno, così come le reticenze di molti testimoni. Tranne per i pm.
Gli esperti di ordine pubblico
A sorreggere l'ipotesi difensiva - forze dell'ordine in bambola, impreparate e in mano ai picchiatori - è giunta a Genova anche la professoressa Donatella Della Porta, esperta di ordine pubblico e movimenti. Una presenza sgradita ai pm, tanto che Canciani ha minimizzato: «La consulenza tecnica della difesa era un'attività che poteva fare chiunque». Della Porta inquadra il problema: i reparti dovrebbero caricare solo quando sono messi a repentaglio «gli stessi manifestanti». Invece a Genova l'intervento coercitivo ha avuto la meglio, con l'utilizzo di «strumenti che gli stessi funzionari di polizia avevano considerato nelle nostre interviste come pericolosi per una escalation: i lacrimogeni e l'uso dei blindati come strumenti di carica, una cosa che si vedeva negli anni '60 e che aveva fatto morti nei '70».

Le giornate di Genova non sono state solo caccia all'uomo, cariche sconsiderate, militarizzazione della città. Sono state anche il teatro prescelto per scontri di potere all'interno delle stesse forze dell'ordine. In materia di ordine pubblico i carabinieri non possono fare alcunché senza l'autorizzazione del funzionario di polizia che ne accompagna i contingenti. A Genova però, su chi avesse «il manico» rimane ancora oggi molta confusione. Fini, allora ministro degli Esteri, era nella caserma di San Giuliano, il centro di controllo dei carabinieri - nonché con Bolzaneto carcere temporaneo per gli arrestati - a testimonianza del rapporto privilegiato dell'Arma con la destra italiana. Dall'altro lato una centrale operativa della polizia che più volte, ascoltando le registrazioni delle telefonate, appare in panne nella comunicazione tra reparti, tanto con i carabinieri, quanto nella gestione delle emergenze segnalate dai cittadini.
Una polizia che giunge al G8 con De Gennaro saldamente in carica, ma desideroso di dimostrare la propria lealtà anche ai nuovi padroni del centrodestra (era stato nominato nel maggio 2000 dal centrosinistra). Il sabato, soprattutto con l'irruzione alla Diaz, la polizia risponderà alle critiche di chi li accusava di avere fatto pochi arresti e di un comportamento in tono minore per le strade. Dopo l'omicidio di Carlo, i carabinieri durante la disastrosa giornata di sabato vengono tenuti in disparte. Il venerdì però lo scontro avviene, tra incomprensioni, decisioni autonome dei carabinieri, insulti via radio: il processo e i testimoni delle forze dell'ordine, tra mille tentativi di giustificare il tutto con difficoltà tecniche - pare non funzionassero bene le radio e gli auricolari in dotazione - hanno messo in evidenza contrasti tra polizia e carabinieri, sfociati in una generale disorganizzazione organizzata di cui hanno fatto le spese migliaia di manifestanti. Un altro dei tanti conflitti - come quello tra reparti mobili e squadre mobili in seno alla polizia emerso la notte e anche nel processo Diaz - consumatisi in quelle giornate del 2001.
Un Di Furia di carabiniere
Tra i carabinieri impegnati nelle vie genovesi c'è anche chi è rimasto fuori dai giochi, dando luogo ad una esilarante, se non fosse tragico il contesto, gag. E' il capitano maggiore Di Furia, ore e ore di comunicazione con la centrale di servizio a litigare con funzionari della polizia, per andare a caricare i manifestanti e infine per chiedere cibo: «Io ho già tutto il personale sui mezzi, i mezzi accesi, mi basta solo un via libera da parte vostra quando volete. 112: d'accordo. Dobbiamo ricattare la questura per farci liberare. 112: lo stiamo facendo. Perché io lo ammazzo questo funzionario, odio più lui dei no global, se dessero fuoco alla questura farei festa».
Dopo innumerevoli telefonate, dalla Centrale non arrivano novità, anzi dopo diversi tentativi Di Furia sembra non trovare mai un ascoltatore intenzionato ad aiutarlo.
«Sono il maggiore Di Furia, buongiorno con chi parlo? Di Furia che cazzo vuoi sono Biscotti. Bisco, senti qui abbiamo un cretino di funzionario che non ci sta facendo sganciare nemmeno un mezzo per poterci andare a prendere i panini che ci hanno tra l'altro preparato, sono 3 ore».
Con il passare dei minuti sale la tensione. Nel resto della città i carabinieri e la polizia stanno caricando, via radio passano le notizie, l'atmosfera si surriscalda anche per il reparto bloccato: «Di Furia, quanti siete? Siamo 72 incazzati come bombe. Ok va bene signor maggiore. Mandateci a lavorare per Dio. Va bene salve».
Di Furia sente via radio che i carabinieri sono in difficoltà. Cerca ancora il contatto, vuole aiutare i suoi colleghi: «Il bello che ci avevano detto che eravamo qui per rinforzo per emergenze, quali emergenze se questa non è un'emergenza, è da bruciarli tutti, siamo qui a non fare un cazzo».
Infine l'amaro epilogo: «Tranquillo, tranquillo, lo ammazzerei di legnate, sarei contento se gli dessero fuoco a tutta la questura, maledetti bastardi, scusa 112: no, fai bene a sfogarti, ma purtroppo la direzione ce l'hanno loro e c'è poco da fare, va bene. X: va bene, ciao».
«Massacrateli»
Nella trentaduesima udienza del processo in aula a Genova viene esaminato Raffaele Mascia, dirigente di un contingente di 100 carabinieri che venerdì vengono inviati sulla massicciata della ferrovia Brignole a protezione dei reparti impegnati nella carica di via Tolemaide. Poi seguiranno i contingenti fino in corso Gastaldi e infine chiuderanno i varchi in piazza Martinez in una mossa a tenaglia, sottolineata da molti testimoni. Giulietto Chiesa, chiamato a Genova a testimoniare, dirà che mai in vita sua aveva assistito a cariche senza lasciare vie d'uscita ai manifestanti. In aula vengono fatte ascoltare a Mascia alcune conversazioni radio, come questa: «Cot (Centro operativo telecomunicazioni, ndr): Mascia, devi scendere per corso Gastaldi, Archimede, via Giusti e vai in piazza Martinez, hai capito? Mascia: sì ho capito, con tutti quelli che ho qui con me? Cot: confermo con tutti però devi fare una cosa veloce e devi massacrare. Mascia: confermi? Cot: confermiamo piazza Martinez».
Carabinieri in autonomia
La catena di comando ha costituito per buona parte del processo l'argomento clou. Il tentativo, specie da parte delle difese, è stato quello di comprendere l'organizzazione delle forze dell'ordine, per evidenziare gli errori e una situazione di confusione creata dagli stessi apparati di sicurezza, che ha portato i manifestanti ad una difesa ad oltranza dagli attacchi. Il primo marzo del 2005 in aula a Genova si presenta il maggiore Frassinetto, responsabile della sala operativa dei carabinieri, presso la caserma di San Giuliano. E' lui a chiarire, si fa per dire, l'ambiguità gerarchica creata in quelle giornate: la questura comunicava le informazioni all'ufficiale in sala crisi, poi via telefono, alla centrale operativa dei carabinieri e infine a Frassinetto. Era quest'ultimo a comunicare gli spostamenti ai Ccir. Frassinetto è chiaro sulle autonomie operative riservate ai carabinieri: «Essere a disposizione della questura non significa prendere ordini direttamente dal funzionario di piazza» e ancora, «la questura non può muovere per proprio disegno gli uomini dei carabinieri».
«Sono stati loro, anzi noi»
Ai testimoni delle forze dell'ordine giunti in aula è stato più volte chiesto il riconoscimento di coloro che menavano e fendevano mazzate contro i manifestanti. A Guido Ruggeri, il comandante dell'ex Battaglione Tuscania, assorto nel 1996 - a Livorno - a Reggimento (e transitato nel 2002 dalle dipendenze della Brigata Folgore alla II Brigata Mobile dei Carabinieri) vengono mostrate scene di pestaggi. Il tentativo è scaricare sui colleghi: «Sono poliziotti - dice in aula - non personale del Tuscania. Eravamo riconoscibili per il cerotto arancione dietro al casco e per lo stemma verde del Tuscania sul petto». Infine, di fronte all'ennesimo video, non può che ammettere: «Riconosco un militare del Tuscania».
Vomito e attrezzature
Paolo Faedda, tenente dei carabinieri, responsabile del contingente del III Battaglione Lombardia, quelli di via Tolemaide, alcuni dei quali protagonisti nei pestaggi del San Paolo a Milano dopo la morte di Davide «Dax» Cesare, è il carabiniere che si vede vomitare durante una delle tante cariche. Faedda in aula non si riconosce in una immagine in cui compare di profilo, con un segno evidente sul retro del casco. Nega di avere avuto segni di riconoscimento, ma poco dopo è chino a vomitare con in mano il casco mostrato poco prima. Dice anche di non avere effettuato arresti in via Tolemaide. Ancora una volta un video lo inchioda: è lui che senza casco e con le manette in mano sta arrestando un manifestante. Finge di non sapere che il III Battaglione Lombardia ha fatto uso di manganelli irregolari, ammettendo però che possa essere accaduto «perché il tonfa non è sicuro e si può perdere», nonostante altri suoi colleghi avessero sottolineato, tra le mirabilie dei tonfa, proprio la sua forma, grazie alla quale era molto difficile perderlo. Nel finale dell'udienza un'altra sorpresa: si scopre infatti che «i carabinieri possono munirsi di materiale comprato a proprie spese». In aula si crea sbigottimento, ma il teste tenta il salvataggio in corner specificando che alludeva a «baschi, fondine, materiale deteriorabile». Le mazze di ferro di Genova e le mazze da baseball del San Paolo sono lì a testimoniare il contrario.
Il Presidente e Truglio
Nel febbraio 2007 arriva a Genova uno dei big, ovvero il tenente colonnello Giovanni Truglio, protagonista dei fatti di piazza Alimonda. Nella sua deposizione interviene pesantemente la Corte, che chiede chiarimenti e un giudizio del militare sui fatti. «Le chiedo proprio come fatto storico, cioè da parte sua non c'è mai stato il dubbio di aver commesso, o lei personalmente o altri colleghi suoi, o non colleghi suoi, tipo appunto la Polizia di Stato, degli errori nella gestione di quei momenti?» Alla domanda del presidente Devoto segue una risposta confusa. Sull'ennesima domanda, «l'Arma non ha fatto una sua ricostruzione dei fatti?», Truglio ha la risposta più decisa di tutta la sua deposizione. Un «no» forte e chiaro che dimostra e nasconde tante responsabilità non ancora appurate di quelle giornate.


(da Il Manifesto)


Commenti

  1. ueeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee :)
    te lo dico, non ho letto il tuo post,
    ma son contento che ancora posti, pensavo fossi 'sparito' e iniziavo a preoccuparmi, stavo per chiedere info a chi potesse sapere, non hai risposto a una mia mail ma non e' un problema in piu' nessun post da un sacco di tempo oh! mi son preoccupato
    va beh pare tutto bene
    ciao :)

    Inviato da ajorn — 05 Nov 2007, 19:45

  2. ciao ajorn,
    mò ti rispondo...cmq sono qui :-)
    baci
    b.

    Inviato da b. — 05 Nov 2007, 20:01

  3. ei Simo, ammesso che la milonga fosse una canzone, niente, io l'ho guidata ad un ritmo più lento, e così, rivelava di sè, molto, molto più di quanto apparisse..
    una verde frontiera, tra il suonare e l'amare, verde spettacolo in corsa da inseguire, fino ai Laghi Bianchi del silenzio, finché..
    ei senti, mi passerà..

    Inviato da t. — 05 Nov 2007, 23:11

  4. Ei t.
    Ne sono certo.
    Il musicista si diverte e si estenua...
    p.s. belle foto.
    un bacio
    b.

    Inviato da b. — 06 Nov 2007, 11:39


Aggiungi un commento


authimage






Powered by LifeType