beirut

27 Gen, 2008

[Cosenza] Cronologia di un processo

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 19:26

Quando si parla di Genova e i suoi processi, solitamente si tende a dimenticare il troncone giudiziario di Cosenza e il procedimento contro il Sud Ribelle. Se a Genova contro i 25 la sentenza è già arrivata, a Cosenza è prevista nei prossimi mesi, mentre per i processi contro le forze dell'ordine si dovrà aspettare la primavera del 2008. Inoltre i reati di cui sono accusati funzionari, dirigenti e agenti di polizia, oltre a prevedere pene infinitamente minori, arriveranno al primo grado (appena sufficiente affinché le vittime ottengano almeno il risarcimento), mentre al resto penserà la prescrizione, ovvero le eventuali condanne non saranno mai definitive.
Il processo al Sud Ribelle ha avuto una genesi del tutto particolare, rispecchiando, per alcune parti della sua vita, il ritmo e i testimoni del procedimento contro i 25 manifestanti di Genova. Ne ripercorriamo alcune tappe, evidenziando i limiti di un impianto accusatorio balbettante, che è arrivato oggi al suo culmine, con la requisitoria del pm Fiordalisi.
Indagini e teoremi
L'inchiesta sulla «Rete Meridionale del Sud Ribelle» risale al 10 aprile 2000: in uno stabilimento Zanussi a Rende (provincia di Cosenza) vengono fatte recapitare delle rivendicazioni a firma Nipr: Nuclei di Iniziativa Proletaria e Rivoluzionaria. La sigla - su cui mai si farà chiarezza - rivendica una serie di piccoli attentati incendiari ad opera del movimento anarchico. Fiordalisi parte in quarta, mettendo sotto controllo i telefoni fissi dell'azienda. Nessun risultato, ma a Cosenza ormai sono giunti i membri dell'intelligence italiana. Le attenzioni si concentrano sull'area antagonista, mettendo insieme centri sociali, associazioni e perfino ultras. La ragione di questo scatto investigativo non è ancora conosciuta: nel frattempo Fiordalisi prepara le sue accuse. 359 pagine respinte dalle procure di Genova, Venezia e Napoli e infine accolte dalla procura di Cosenza. La tesi accusatoria ruota intorno a intercettazioni ambientali, telefoniche e informatiche, spesso raccolte al di fuori della procura inquirente e con metodi dalla dubbia legittimità. L'accusa di associazione sovversiva viene riferita anche a Genova. Si stilano profili degli imputati, andando a ripescare nel passato. Intercettazioni telefoniche, mail sotto controllo, così come le auto e gli spostamenti. Un lavoraccio per le forze dell'ordine, con pochi risultati, stando ai brogliacci acquisiti. Ma l'inchiesta non si ferma.
L'iter dell'indagine
Il 15 Novembre 2002, 18 attivisti del movimento meridionale sono arrestati con l'accusa di vari reati associativi (associazione sovversiva, cospirazione politica, attentato agli organi costituzionali dello stato). Una settimana dopo, il 23 novembre 2002, cinquantamila persone scendono in piazza a Cosenza per chiedere la liberazione immediata degli arrestati. Nel dicembre 2002 il primo scossone: il tribunale della libertà di Catanzaro produce una sentenza che, oltre a rimettere in libertà tutti gli arrestati, minimizza l'impianto accusatorio del provvedimento: «esprimere il dissenso non è reato». Nel maggio 2003 la Cassazione annulla la sentenza del Tdl di Catanzaro per esclusivi vizi di forma, mentre i contenuti della sentenza contestata non sono minimamente messi in discussione. Il pm Fiordalisi ne approfitta, presentando una memoria in cui ribadisce la volontà di arrestare nuovamente tutti gli indagati, allargando all'intero movimento le accuse già formulate contro il Sud Ribelle. Fiordalisi chiede di depositare decine di migliaia di pagine contenenti nuove prove: si tratta essenzialmente di intercettazioni riciclate (secondo imputati e difensori manomesse dalla Digos cosentina) da altre procure, che già le avevano dichiarate inutili e insignificanti. Secondo il pm invece, starebbero lì a dimostrare che le volontà degli indagati era quella di «turbare l'esecuzione delle funzioni del governo italiano, sovvertire violentemente l'ordinamento economico costituito dello Stato, sovvertire la globalizzazione economica». Novembre 2003: nuova sentenza del tribunale della libertà di Catanzaro. A carico di cinque indagati su diciotto già scarcerati, rimangono i gravi indizi di colpevolezza, mentre a tre di loro viene imposto l'obbligo di firma. Per tutti gli altri cade ogni contestazione.
Arriva la richiesta di rinvio a giudizio per tredici indagati. Due di loro erano completamente estranei fino a quel momento a tutta la vicenda giudiziaria, mentre le posizioni di altri 41 indagati vengono archiviate. Solo per 11 dei 18 arrestati nel novembre 2002, è stata presentata richiesta di rinvio a giudizio; cinque di quelli che finirono nelle carceri speciali vedono cadere ogni contestazione a proprio carico. Fiordalisi aggiunge il reato di «associazione a delinquere». Nel maggio 2004 si svolge la prima udienza preliminare: il governo chiede cinque milioni di euro di risarcimento per i danni non patrimoniali, cioè d'immagine, subiti in occasione dei vertici di Napoli e di Genova. Ma il Gup respinge questa e tutte le altre eccezioni della difesa. Gli imputati chiedono la ricusazione del magistrato: richiesta rigettata dalla corte di appello e multa di 1.500 euro per gli imputati. Luglio 2004: a Roma nasce l'Osservatorio parlamentare sul diritto al dissenso, che si incarica di seguire da vicino il processo di Cosenza. I firmatari sono 12 deputati e due senatori. Il Gup rinvia a giudizio 13 indagati. Le pene previste per i reati contestati, vanno da 12 a 15 anni di carcere. Il 2 dicembre 2004 inizia il processo in aula di Corte di Assise.
Dalla Zanussi al Sud Ribelle
Come si è arrivati dal volantino alla Zanussi al Sud Ribelle? E' uno dei tanti buchi neri dell'indagine. Il 28 novembre 2006, a rispondere alla curiosità di avvocati e imputati a Cosenza, si presenta Alfredo Cantafora, capo della Digos cosentina, padre delle indagini. «Io questo filone investigativo a cui io faccio riferimento al momento prodromico, come momento iniziale per le indagini che poi ho condotto, questa, quella che poi sta al Sud Ribelle, è quello del...sono le indagini del volantino, le indagini del volantino cioè, la rivendicazione dei Nipr. Da quelle indagini noi, partendo da quelle indagini siamo riusciti a scoprire che cosa è stato poi la rete del Sud Ribelle». In aula Cantafora chiarisce poco dell'indagine e ancora meno circa le prove. Alla domanda precisa circa le evoluzioni investigative che avrebbero fatto sviluppare le indagini dai Nipr al sud ribelle, Cantafora risponde al microfono in aula, «questa conoscenza noi l'abbiamo perché ci sono delle comunicazioni interne alla polizia di stato» e precisa senza microfono, «e anche dai giornali». Un'affermazione bizzarra, tanto che uno degli avvocati della difesa risponde in modo perentorio: «no, i giornali non sono prove; l'hanno detto tutti i giornali, allora lo potevo leggere anche io».
Il capo
Fiordalisi, un po' a sorpresa, inserisce nell'elenco dei testi dell'accusa l'allora capo della polizia, Gianni De Gennaro. Poi lo toglie, ma la Corte conferma la propria volontà: lo vogliono ascoltare. Un'attesa vana e più volte rimandata, che si conclude con un nulla di fatto. Il 28 novembre 2006 la Corte cambia ancora idea e decide di depennare De Gennaro dall'elenco dei testi. «La testimonianza è assolutamente superflua e sovrabbondante». Lo stesso giorno il pm Domenico Fiordalisi deposita una modifica dei capi di imputazione, eliminando l'art. 272, propaganda ed apologia sovversiva o antinazionale.
Tolemaide a Cosenza
Anche a Cosenza i fatti di via Tolemaide sono analizzati nei minimi particolari. I testi già sentiti a Genova, riescono a smentirsi in Calabria, pur confermando quanto già si sapeva sulla carica al corteo autorizzato. Mario Mondelli (funzionario di Cuneo aggregato a Genova, attualmente dirigente del I reparto mobile di Roma) è il funzionario di polizia che accompagna i carabinieri diretti a Marassi, ma che si fermeranno in Tolemaide per caricare le tute bianche. Mondelli durante l'udienza non riconosce il carcere di Marassi, dichiara di non aver partecipato agli scontri (nei video appare travolto dalla carica dei colleghi carabinieri), dichiara di essersi speso per metter pace tra i due «contendenti», di non aver mai dato l'autorizzazione ad Antonio Bruno (capitano dei carabinieri di Carrara a comando della Compagnia CCIT Alfa del III Battaglione Lombardia a Genova nel 2001) di attaccare deliberatamente i manifestanti autorizzati, dando la colpa proprio ai carabinieri ed al suo capitano. «Era meglio non passare proprio», risponde alle domande circa la necessità o meno della carica.
Le intercettazioni
Nell'ultima udienza, l'ennesima sorpresa: un piccolo giallo sulla tecnica delle intercettazioni, oltre 5.000 pagine. Viene denunciato in aula che moltissime intercettazioni infatti contengono voci registrate, prima dell'invio della telefonata o della ricezione effettiva. Tutto questo fa sorgere il dubbio che l'intercettazione non sia stata effettuata con apparecchiatura autorizzata, ma con attrezzature fai da te, acquistabile da chiunque, ma non autorizzata dalla legge per operazioni di polizia giudiziaria.


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