[Shanghai] Pensare con la Cina
Quanto
è difficile spiegare, tornati in Italia, la differente
impostazione ai problemi politici da parte dei cinesi? Tanto.
Quanto è arduo il compito di sviscerare le ragioni per le
quali concetti come democrazia, rivolta e libertà sono
quasi sempre fuori dalla comprensione quotidiana dei cinesi? Ancora
di più. Finora, almeno io, ho proceduto con esempi, aneddoti e
qualcosa di letto e sentito. Ora, filosoficamente parlando, nel suo
libro Pensare con la Cina (Mimesis e grazie a mosquito per
avermelo mandato :-), Francois Jullien me lo ha spiegato a suo modo.
E mi sembra che il tentativo abbia un fascino particolare. Jullien
è un grecista che, alla ricerca dell'eterotopia in
grado di creargli il distacco dal suo oggetto di studio, è
andato in Cina. E ha comparato, come si suol dire.
Partiamo, ad esempio, dal concetto di libertà. Tagliando di netto, se il nostro concetto filosofico di libertà nasce e si modifica nella Grecia antica, come una forma di difesa dai persiani, in Cina questo non è potuto accadere, perché è una condizione storica mai verificatasi durante l'antichità (la Cina sinizzava, non subiva invasioni). Semmai, il concetto cardine della filosofia cinese è stato quello di disponibilità, ovvero l'apertura ai diversi possibili: l'arte di non privarsi di alcuna possibilità.
Quindi io mi sono detto: perché può esserci il socialismo e il capitalismo insieme? Perché si può fare con entrambi i mezzi. Cosa? Diventare ricchi, potenti e portatori di un nuovo concetto di civiltà, specificamente cinese.
I cinesi non si chiedono: cosa è questo? Si chiedono: come posso farlo?
Da cui proviene il noto e abusato giusto mezzo confuciano, così spesso inteso all'occidentale. Invece, dal punto di vista cinese, non indica per niente una via di mezzo o una linea mediana, un bilanciamento o robe del genere. Non è una cauta attenzione. Indica piuttosto la possibilità di fare bene in uno e altrettanto in un altro degli estremi. E' la base filosofica cinese: lasciare sempre aperta un'altra possibilità.
In questo modo Europa e Cina hanno proceduto su due binari differenti. Ovvero: in Europa il discorso sulle libertà ha trovato linfa nel politico: da Platone a Montesquie, dice Jullien, non abbiamo mai smesso di pensare la libertà politica attraverso la comprensione dei regimi politici.
In questo modo si sono creati due piani di intelligibilità: quello del politico e quello dell'ideale. Qui è la grande differenza: in Cina non ci fu, filosoficamente parlando, un piano metafisico (né il senso di tragedia niciana, intendendo sommariamente la filosofia come rimedio a un male, come direbbe un mio amico), né, mai, un Dio. La verità e l'essere non è un rapporto ricercato. E allora anche la tirannide, nell'ottica filosofica cinese, va lasciata correre, fino a che il tiranno non si rovinerà con le proprie mani. Non esiste una verità. Esistono tante verità quanto quelle che ognuno pensa di avere, dicono i taoisti. Da qui, sostiene Jullien, si può comprendere come in Cina, in realtà, non sia esistito anticamente il concetto di rivoluzione. La parola usata, geming, non significa rivolta, quanto revocare il mandato. Nella Cina classica questo significava, sostituire una dinastia orrenda, con una più degna. Ed ecco che se un tiranno deve opprimere il suo popolo, affinché la situazione cambi, si può apprezzare la grandezza del pensiero cinese, da un lato, e la sua debolezza dall'altro. Dire questo, infatti, significava riportare tutto nel politico, ovvero nei rapporti di forza.
Dati i rapporti di forza perenni e la mancanza di un piano ideale, Jullien deduce: come può formarsi una dissidenza intellettuale se non è possibile appoggiarsi a un piano estraneo a quello dei reali rapporti di forza? Aggiungerei che la dissidenza c'è, ma dati i rapporti di forza e la mancanza di un piano ideale (intellettuale), non ha strumenti sufficienti per arpionare un piano di comprensione che sia noto ai cinesi.
Questo (che non riassunto è più bello) e tanti altri spunti. In particolare mi ha colpito uno: come viene vista l'Europa, o meglio, l'Occidente, dai cinesi, si chiede Jullien? Come qualcosa di passato, di desueto, di astorico, ormai morto. E chi è pronto a farsi carico di portare i nuovi valori che governeranno il mondo? I cinesi, appunto. Da questo punto di partenza Julienne inizia un percorso fitto tra politica e filosofia, tutto teso a chiarire come la filosofia del giusto mezzo cinese, giustifichi e spieghi molto più di quanto siamo disposti ad accettare. Perché il pericolo non è più che i cinesi lavorano di più e che si fanno pagare di meno. In pericolo c'è il nostro stile di vita. E' per questo che i governi si cagano addosso. Alle difficoltà economiche si può rimediare, in qualche modo, con sforzi, rinnovati strilli patriottici, deliranti proclami xenofobi, per recuperare un'unità di intenti da ultima spiaggia, frustrare chi sta sotto e assicurare il ceto industriale. Alla sopraffazione culturale e all'innovazione, però, ci si piega senza colpo ferire. Storicamente, direi che sarebbe pure giusto. E a pensarci bene, in Italia, adesso, esiste un piano ideale, o ci sono solo rapporti di forza? Esiste uno sforzo culturale recepito per cambiarli quei rapporti, o tutto si consuma nell'angolo in cui i rapporti di forza ci hanno sprofondato?

Quando arrivi nella capitale non dimenticare di portarti il libro in questione, te lo ruberei volentieri, o meglio, potremmo fare uno scambio: Strategie del senso in Cina e in Grecia (sempre di Jullien) lo hai letto?
Buona Shanghai.
Inviato da De — 15 Lug 2008, 12:33
Interessante articolo.
Mi fa venire in mente un pensiero: e se l'intransigenza cinese (dei vertici) verso i dissidenti fosse legata proprio alla considerazione che la libertà come la intendono loro è mutuata da quella occidentale, e dunque è "pericolosa" soprattutto in quanto "inquinamento culturale"?
Inviato da Nino — 15 Lug 2008, 13:08
Ei De. Arrivo con questo e pure l'altro e pure l'altro per Feili. Non ho Strategie del senso, quindi: sì.
buona beijing e a presto ormai...un bacio e magari sentiamoci per mail...:-)
per Nino. Quanto scrivi a me ha fatto venire in mente un'altra cosa (accennata anch'essa da Jullien): i cinesi possono switchare, diciamo, tra il pensiero occidentale e il loro. Il primo lo hanno capito, il secondo gli appartiene. E' questo il loro vantaggio su di noi. Loro si possono mettere nella nostra testa (sono secoli che gli spieghiamo come siamo! Nel male e nel male...). Noi, no, cioè noi: non possiamo metterci nella testa dei cinesi.
ciao
b.
Inviato da b. — 15 Lug 2008, 13:43
:)
sapevo che sarebbe stato apprezzato..
un saluto a tutti i 'cinesi'.
... però potremmo anche iniziare a studiarlo, a capirlo, il pensiero cinese dico, per quanto diverso e straniero. Anzi sarebbe uno sforzo già significativo di apertura...
ciao,
m.
Inviato da mosq — 15 Lug 2008, 16:14
solo una cosa: mi spieghi che cosa vuole dire "sinizziva" (la Cina sinizziva, non subiva invasioni)?
potrei non dormirci stanotte.
tira un affettuoso coppino a nero, già che ci sei.
Inviato da |k| — 15 Lug 2008, 16:51
karletto!!!
uhahah ora perché noi abbiamo Lucho e voi no, non mi pare cosa da portare anche sui blog...:-P
cmq ho corretto..
era "la Cina sinizzava...".
i coppini glieli tirano i cinesi, non ti preoccupare...
ciao!
b.
Inviato da b. — 16 Lug 2008, 03:43