beirut

15 Set, 2008

Genoa Milan al Safari Bar

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 11:38

Ho trovato sul muro dei Gir il resoconto africano della partita di ieri.

Mi è piaciuto e lo piazzo sul mio blog. Così evito menate tattiche e storiche per spiegare perché ieri abbiamo vinto noi. Il calcio riattiva ricordi e anche se non fa tornare indietro le persone regala momenti di malinconia struggente. Il Genoa poi è maestro di recupero e mantenimento della memoria.

Per quel che vale, la goduria di ieri e l'abbraccio finale di squadra e città sono ancora per te, Claudio Spagna, sempre e per sempre nei nostri cuori. Di seguito Genoa Milan, al Safari Bar.

L’atmosfera al Safari Bar di Kakoneni non è quella delle grandi occasioni, ma poco ci manca. Quest’anno l’assembramento ha già registrato i livelli massimi di colori, stupori, grida e afrori, di denti bianchi in fila per quattro, occhi come quelli di rapaci rivolti alla luna e ascelle come girasoli semichiusi. Prima con le preoccupanti immagini degli scontri seguenti alla crisi politica del Paese, poi con le vittorie nel mezzofondo alle olimpiadi di Pechino e infine proprio la scorsa settimana, con la diretta di Kenya-Namibia valevole per le qualificazioni ai mondiali del 2010 in Sudafrica. Per la cronaca, 1-0 delle “Harambee Stars”, con gol di Jamal su calcio di rigore (sacrosanto, per atterramento del fluidificante Njoroge dopo una cavalcata da antilope in savana). In casi come questi, anche i conservatori, i fondamentalisti anti-televisione (“hakili ya shetani -è la scatola cranica del demonio”) si uniscono alla folla e partecipano al viaggio emotivo. Sarà per la presenza degli “wazungu”, dei bianchi che hanno regalato loro l’hakili ya shetani e gli hanno attaccato anche una bella parabola, perché a nonno Kazungu piace il calcio, ma soprattutto il campionato inglese, tifa Portsmouth come il suo primo datore di lavoro, alla fine degli anni Cinquanta; sarà perché c’è un insolito drappo rosso e blu all’ingresso del Safari Bar, ma l’esercizio è pieno.

Domenica, i ragazzini fanno festa, ma non tutti possono entrare. I più ligi, diretti dal piccolo Kitsao, sono seduti all’ombra del baobab della primari school a leggere la bibbia e commentarla come se Gesù arrivasse da Mariakani o Ngomeni, i musicofili si fanno incantare dalla tastiera elettrica di Katana, che non sa suonare ma finge molto bene, grazie al pulsante dei ritmi preimpostati. Il bandierone, i cui colori ricordano l’etichetta della “Safari Vodka”, ha attirato anche un paio di bevitori di mnazi, che non distinguono il calcio dal rugby e la borsetta di una ragazza da un orinale. Kibonge riesce a sbatterli fuori prima che avvenga l’irreparabile. Mama Lucy guarda con amore la sua pochette e la stringe a se, come fosse un figlio scampato all’uragano di Houston. I più tranquilli e interessati, come Gunga, soprannominato Drogba, che a nove anni ti snocciola la formazione del Chelsea riserve comprese, o Kea, che si presenta con una sgargiante maglietta dell’Inter, numero 7 e la scritta “Figo”, che in swahili vuol dire “rene”, sono in prima fila accanto a nonno Kazungu, all’elettricista Makotsi, al suo vicino di casa Onesmus e al venditore di telefonini Lawrence Kamongo, che controlla le tacche sul suo Nokia. Ci sono tutte, va tutto bene. Al bancone, con aria finto disinteressata, il barista Kibonge serve Pilsner tiepida e lascia spento il frigorifero (“non fa ancora abbastanza caldo”). Seduti sugli sgabelli, in posizione ottimale con i gomiti piantati sulle salviette di spugna della Guinness, gli “wazungu”, lo Svaporato con sua moglie e i suoi amici: il “Genoa club Malindi”. Già, perché oggi a Kakoneni, alle porte del parco nazionale dello Tsavo, cento chilometri dalla semiciviltà di Malindi, si vede il campionato italiano: Genoa-Milan. Kalume, ex cameriere all’Hemingways di Watamu, licenziato perché “non resisteva alle arachidi e poi gli veniva sete”, indossa la maglia di Ronaldinho, quando era ancora al Barcellona, Kibebe lo scemo del villaggio si lamenta perché “nel Milan non c’è più un africano in campo”, e fa voto di tenere ai rossoblu. “Eccolo, c’è Seedorf, in panchina”, gli fa Kibonge. “Tengo al Genoa lo stesso, c’è un congolese!”, replica Kibebe, strizzando l’occhio allo Svaporato, la cui maschera di pietra saponaria tradisce la tensione che sperava di allentare assistendo al match insieme con gli africani al bar. Sua moglie ha già indottrinato gli avventori un quarto d’ora prima, per non essere disturbata dopo il fischio d’inizio.

Tutti ora sanno che il Genoa è la squadra più antica d’Italia e che è stata fondata dagli inglesi ma poi è diventata italiana, un po’ come lo stato del Kenya, insomma… “Un tempo le cose antiche avevano grande valore – aveva sentenziato nonno Kazungu – ora invece se hai l’automobile più moderna, l’ultimo modello di telefonino, sembra che acquisti valore anche tu, che magari hai molto meno sale in zucca di tuo padre”. Alla parola “telefonino” Kamongo si era destato da un torpore causato dalle parole incomprensibili di un certo Italo Cucci, su Rai Italia. “Tranquillo, sono incomprensibili anche per noi” lo aveva rassicurato un mzungu. “Bisogna distinguere tra antico e vecchio” era la nenia del rappresentante. “Infatti” disse nonno Kazungu. “Il Genoa è antico, il Milan è vecchio!” Risate convinte dei kenioti, convulsioni nervose del Genoa Club Malindi. La partita ha inizio. Sugli spalti c’è molta più gente che al Nyayo Stadium di Nairobi quando giocano le Harambee, e anche se non ci sono tamburi e ballerine di “ngala music”, fanno un bel casino! E tutto per il Genoa. “Il Milan però ha vinto molto di più, è fortissimo” precisa Kalume. “Genoa, Genoa, Genoa!” gli urlano nell’orecchio Gunga e Mwachiro.

Quando Ronaldinho si prepara per l’esecuzione di un calcio di punizione, però, nel Safari Bar calà il silenzio, come nel preciso istante in cui il sole s’inabissa dietro la spina dorsale della Rift Valley e tutti gli animali pregano in privato per il suo ritorno l’indomani. Fuori. Torna il sole. Ma il Genoa ha grinta, è come uno gnu testardo che ha deciso di sfidare l’anziano leone sulla corsa. Non è così presuntuoso da irriderlo, ma lo attende, ne studia la strategia e valuta le sue stanche mosse, poi scarta di lato, chiamandolo alla rincorsa. Ecco la differenza, pensa nonno Kazungu: l’orgoglio e la fierezza dell’antico guerriero contro il potere ormai logoro del vecchio padrone. Gli animali sono undici. Ognuno ha la sua razza, la sua personalità, ma tutti corrono per una causa comune. “Vinceremo!”. C’è una sgusciante gazzella di nome Gasbarroni, lui sembra voler ferire con la sua gioventù il vecchio leone. Gli passa di fianco e lo salta, contandone le rughe. Quando poi il pallone giunge al Principe, leopardo dai passi felpati, tornato da poco in Savana per combattere con l’antica alleanza del Grifone, lui lo ammorbidisce come fosse la carne di una zebra, masticata per i denti poco avvezzi al pasto del suo cucciolo. Il cucciolo si chiama Sculli e, grazie al Principe leopardo, trova dimestichezza con quel pasto succulento.

E’ gol! Genoa-Milan 1-0! Urla, ruggiti, tappi di tusker malt che saltano, ascelle che si aprono come girasoli all’alba e ginger ale caldi che schiumano sulla formica dei tavoli. Makotsi, che si ricorda ancora la finale Milan-Liverpool di Istanbul, predica calma. Il Milan può uscire fuori alla distanza, è leone e serpente allo stesso tempo. Ma la reazione del felino ferito è debole, il Grifone lo tiene d’occhio e non spreca energie, anche se la gazzella dalla lunga chioma sembra scatenata. Al fischio finale del primo tempo le pacche sulle spalle si sprecano. Sembra già tutto archiviato, tanto che Kibebe lo scemo fa per andarsene. “Guarda che non è mica finita…” gli fa Kamongo. “Lo so, lo so…finisce 2-0…” Lo Svaporato ascolta e fa un gesto scaramantico che il nonno scambia per eccessiva presenza di zanzare. “Accendi il ventilatore, barman” “Va bene, ma quando ricomincia la partita lo spengo, fa troppo rumore”. Il secondo tempo si apre con un leone riposato e più in palla. E’ convinto di essere ancora il re della savana e mostra i denti, con l’ingresso dell’africano.

Ma il ranger del Grifone inserisce in campo un altro strano animale un po’ gibbuto e ricurvo su se stesso, sembra un facocero, ma scatta e si ritrae come un dikdik. Si chiama Marco Rossi, dice la moglie dello Svaporato, e si appiccica all’africano Seedorf come una iena su un bufalo malato. Appena l’antica alleanza può sottrarsi alle grinfie del vecchio leone, sa fare male. Lotta con le unghie, si apre a raggiera e punge, leopardo e gazzella insieme sono devastanti: leggiadria e potenza, estro e concretezza, fantasia e classe. Così si resiste e si sfiora il colpo di grazia, si subisce solo un’azione (“ma cosa c’entra un anatroccolo nella compagnia del leone?” si chiede Gunga) e il finale è meraviglioso. Il leopardo si trova a tu per tu con il capobranco, un leone di quarant’anni che ne ha viste di tutti i colori, in tutto il mondo. Si guardano, per un attimo. E per un secondo il leopardo ha un moto di commozione, ne legge le azzurre pupille come a voler sorbire l’ultima perla di saggezza. Ma è tardi, ora. Il sole sta per tramontare e colora la rift valley di arancione. Il leopardo fa una finta. Il capobranco abbocca. Il leone si arrende, sfinito. E’ giusto così. Forse presto i leoni avranno un nuovo leader, forse bisognerà attendere che tutti i vecchi se ne vadano.

“E’ il destino di chi non conosce l’orgoglio di sentirsi antico – sospira nonno Kazungu – diventa subito vecchio ed appassisce senza dignità. Guardate me: sono antichissimo, ma ho sempre qualcosa da imparare e ho i miei nipoti. Grazie a loro non morirò mai!”. Kalume non lo ascolta, accartoccia la sua maglia di Ronaldinho e chiede a un mzungu se è possibile averne una di Gasbarroni, il barista Kibonge stringe mani come fosse l’arbitro e il suo sorriso sa che sta per partire un giro offerto dallo Svaporato, Gunga e Kea ballano in tondo gridando “Genoa Genoa”, Kibebe lo scemo esce di corsa strepitando “l’avevo detto, l’avevo detto!” Lo Svaporato, avvolto nella sua sciarpa (antica, eccome...ancora recita "Fossa dei Grifoni") vede passare come sempre un film in filigrana davanti al cielo d'Africa: promozioni, bagni in una fontana magica ma così lontana adesso, lacrime di gioia e di rabbia, bestemmie e peana al terzo piano della Nord, sorrisi bagnati di tristezza come quello di Genoa-Cosenza e smorfie sofferte di liberazione come quelle di Genoa-Napoli.

Un film senza titoli di coda e con un solo volto, in mezzo alle millefacce di un popolo di cui in pochi oggi difendono gli antichi valori: il volto di Claudio Spagna. Per te. Per noi. Il Safari Bar si svuota con calma, come il Ferraris. Ci si abbraccia, si beve e si respira un’aria di frizzante libertà, come se davvero qualcuno avesse abbattuto un vetusto dittatore. Lawrence Kamongo controlla la batteria del suo nuovissimo Nokia. Ha perso due tacche, proprio come il Milan. “Sembra moderno – gli fa Makotsi - ma è già vecchio…buttalo via!”


Commenti

  1. Da brividi! Questo filo rossoblu che lega i Genoani in ogni parte del mondo ci fa sentire orgogliosi e mai soli.Complimenti all'autore.

    Inviato da Davide — 15 Set 2008, 15:12


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