Skip to content


[Pechino] Le mani su Seoul

Nel
post entusiastico sulla connection giapponese avevo fatto cenno all’incendio e la morte di 5 attivisti e un poliziotto, qualche tempo
fa a Seul, in Corea del Sud.

Sono contento che oggi Il
Manifesto
abbia pubblicato un articolo al riguardo, scritto da
una persona che sta là e
non su una sedia comoda comoda in ufficio
.

Anche
se un po’ in ritardo – ma ci sta anche visto il casino in Palestina e
altri eventi dal mondo che hanno occupato le poche pagine a
disposizione – sono contento perché credo sia un segnale di
attenzione e apertura a certi temi, da parte della redazione che si occupa delle pagine internazionali.

Il
resto del quotidiano, ad eccezione secondo me della pagine di cultura
e di sport, non mi piace quasi mai: specie le pagine di politica e quelle sindacali: le trovo vecchie, da vecchi piciastri,
troppo succube della cgil e del variegato mondo istituzionale di sinistra,
spesso, e incapace di cogliere la realtà
e intento solo a rincorrere voci ufficiali o le pernacchie dei leader
come un Repubblica o un Corriere qualunque che in ogni caso si trovano già o line il giorno prima.

Le pagine della sezione
Internazionale
invece ultimamente
mi sembrano tornate vicine ai loro
momenti migliori.

Ecco l’articolo:

Le
mani su Seoul

Junko
Terao
Seoul, distretto di Yongsan, poco dopo l’alba di un mese fa.
Una quarantina di persone occupa il tetto di un edificio dismesso per
opporsi a un piano di riqualificazione urbana che toglierebbe loro
casa e attività commerciali senza adeguate compensazioni. Con
sé i cittadini in protesta hanno molotov e materiale
infiammabile. La polizia lo sa, ma interviene lo stesso calando sul
tetto, tramite una gru, i suoi uomini in tenuta antisommossa dentro
un container. Lo scontro è immediato, volano manganellate, gli
squatter si difendono con bombolette di pittura spray, qualcuno
appicca il fuoco, le fiamme divampano e scoppia l’inferno. Sei i
morti, cinque squatter e un poliziotto. E’ il bilancio più
tragico che si ricordi negli ultimi anni a Seoul in uno scontro tra
polizia e manifestanti. Nemmeno nell’ondata di manifestazioni di
piazza del luglio scorso, quando i sudcoreani scesero per le strade
in centinaia di migliaia contro il presidente Lee Myung-bak e la sua
decisione di riprendere le importazioni di carne americana, c’era
scappato il morto.
L’episodio ha riportato a galla le critiche
alla polizia per i suoi metodi brutali e all’atteggiamento«da
imperatore», come dicono i suoi detrattori, del presidente Lee
nella gestione del potere. Un mese dopo «la tragedia di
Yongsan», come ormai tutti chiamano il drammatico episodio del
20 gennaio scorso, le polemiche continuano. Le accuse contro le forze
dell’ordine sono volate subito, sia da parte dei pariti
dell’opposizione che da parte delle organizzazioni di cittadini, che
fin dal giorno dopo gli scontri hanno cominciato a organizzare marce
e fiaccolate per chiedere chiarezza e giustizia, a cominciare dalla
testa del capo della polizia di Seoul. Ad autorizzare l’azione di
«sgombero» degli squatter che occupavano l’edificio è
stato infatti Kim Seok-ki, capo della polizia della capitale
sudcoreana ma anche fresco di nomina a capo della polizia nazionale.

Il presidente Lee, appena due giorni prima, aveva presentato con
orgoglio il nuovo ufficiale, chiamato a sostituire quello precedente
cacciato proprio perché sotto accusa per i metodi brutali
usati dai suoi uomini contro i manifestanti nel luglio scorso. Una
storia che si ripete, perfettamente in linea con la politica della
«tolleranza zero» sbandierata da Lee.
Ci sono volute
tre settimane prima che Kim, strenuamente difeso dal governo
nonostante fosse ormai al centro di una vera e propria bufera,
lasciasse il suo posto e rinunciasse anche al nuovo incarico. Alla
fine il presidente Lee ha sacrificato il capro espiatorio, sperando
così di sopire la rabbia dell’opinione pubblica.
«Me
ne vado assumendomi la responsabilità morale di ciò che
è accaduto», ha fatto sapere Kim annunciando le sue
dimissioni. Un gesto «per evitare di alimentare ulteriormente
le polemiche a danno del governo, alle prese con la crisi economica».
Ma, ha aggiunto, non ha nulla da recriminare contro i suoi uomini,
che hanno agito correttamente.
Era il massimo che potevano
sperare i familiari delle vittime e le migliaia di persone che con
loro scendono quasi ogni giorno in piazza in segno di protesta.
Dovranno accontentarsi, dato che i risultati dell’indagine condotta
nel frattempo dalla procura, pur giudicando «eccessivi» i
metodi della polizia, hanno sollevato in toto le forze dell’ordine da
qualsiasi responsabilità legale, e incriminato una decina di
cittadini sopravvissuti al rogo come colpevoli per aver provocato
l’incendio. Un verdetto che ha lasciato scioccata e incredula
l’opinione pubblica, non solo perché l’intervento della
polizia aveva delle premesse dubbie – come il fatto, per esempio, che
gli uomini in tenuta antisommossa sono entrati in azione appena 24
ore dopo l’inizio del sit-in, senza lasciare alcuno spazio al dialogo
e ai tentativi di concertazione con gli squatter-, ma anche perché
sembra che gli investigatori abbiano trascurato una serie di elementi
importanti. A cominciare dalla presenza di guardie di sicurezza
private, ingaggiate dalla polizia per supportare l’operazione, le
quali, secondo alcuni testimoni, avrebbero appiccato il fuoco al
terzo piano dell’edificio per riempire di fumo il tetto.
Le forze
dell’ordine, che inizialmente avevano negato di aver armato
contractors, smascherate dalle intercettazioni telefoniche hanno
dovuto infine ammettere che sì, le guardie private c’erano ed
erano state chiamate appositamente. Gli investigatori, invece, pur
avendo condannato alcune di queste guardie private per attività
illegali, hanno negato che vi fosse un legame tra loro e la polizia.
La loro presenza nelle aree soggette a piani di riqualificazione come
Yongsan, del resto, non è nuova. E’ noto che le compagnie di
demolizione e quelle dei costruttori assoldano «scagnozzi»
privati per minacciare gli abitanti e i negozianti che non vogliono
andarsene.
Per la maggior parte di loro significa lasciare le
proprie attività commerciali a fronte di risarcimenti poco più
che simbolici, pari a tre mesi di guadagno, come vuole la
regolamentazione nazionale in proposito. E’ il caso, per esempio, dei
quaranta asserragliati in cima all’edificio. Molti di loro sono
negozianti della zona che, una volta costretti a chiudere bottega e a
trasferirsi, rischiano di rimanere senza lavoro. Parecchie sono le
denunce di intimidazioni, a volte anche violente, a carico dei
contractors.
Ma i dubbi sulla validità delle indagini sono
sorti ancor prima che queste iniziassero, quando Lee ha rilasciato
dichiarazioni che già preventivamente assolvevano l’operato
della polizia, quasi a suggerire agli investigatori una direzione da
seguire. I partiti dell’opposizione – che per la prima volta dopo 22
anni hanno creato un fronte anti-governativo insieme alle
associazioni di cittadini, era dall’87 che non accadeva – chiedono
che sia aperta un’inchiesta indipendente.
Il governo sperava che
il sacrificio di Kim sarebbe stato sufficiente a far considerare
l’episodio archiviato, ma oggi si trova invece a fare i conti con la
goffaggine dei suoi funzionari. Nei giorni scorsi un parlamentare del
partito democratico ha reso pubblico un messaggio di posta
elettronica spedito da un membro dell’ufficio delle relazioni
pubbliche del governo all’Agenzia nazionale di polizia. Nel messaggio
c’era un consiglio, o meglio, una direttiva precisa: utilizzare il
caso di un presunto serial killer arrestato nella provincia di
Gyeonggi per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mezzi
d’informazione dalla bufera che si è scatenata dopo i fatti di
Yongsan. Detto, fatto: la polizia, in barba ai diritti umani del
presunto omicida, che avrebbe ucciso una donna e sua figlia, ne ha
mostrato il volto ai fotografi, dando in pasto il mostro alla stampa.
Naturalmente il governo ha subito rigettato le accuse «infamanti»,
salvo poi dover ammettere che la direttiva è effettivamente
partita dall’ufficio governativo, ma «si è trattato di
un’iniziativa privata di un funzionario».
Un tentativo
disperato, quello del presidente Lee e della sua amministrazione, di
risollevare la reputazione e il consenso, ormai in discesa
inarrestabile mentre la crisi avanza e l’occupazione è in
caduta libera, a colpi di diecimila posti di lavoro in meno al mese.

Posted in Pizi Wenxue.


4 Responses

Stay in touch with the conversation, subscribe to the RSS feed for comments on this post.

  1. b. says

    ah…:-) belin, io guarda dell’italia ormai seguo solo il genoa e da fine intellettuale oggi sarei ancora allo stadio a fare ritardare un po’ l’uscita e il conseguente ritorno a casa del direttore di gara…;-)

    quanto al tema proposto…allora vediamo se qualcun* si esprime.
    un abbraccio
    b.

  2. mosq says

    no no, la retorica la lascio volentieri a scrittori e oratori…
    infatti scrivevo “mi domando”, mica lo domando a te che sei in cina (ma questo non dovrebbe giustificare un intellettuale attento come te :P), più che altro lo domandavo ai lettori del tuo blog… una bella domanda aperta…
    ciao
    e continua così, meglio di Errico sei! 😉
    m.

  3. b. says

    mosquito!
    e me lo chiedi a me?
    E dimmelo tu, che te lo dico io…
    O è una domanda retorica?
    😉
    ciao
    b.

  4. mosq says

    ciao brutto,
    concordo con quanto dici su il manifesto, in particolare sulle pagine culturali che sono spesso stimolanti e riportano cose che altrove te le sogni… per il resto mi spiace dire che ultimamente e genericamente incontro persone di sinistra, di centrosinistra, di ultrasinistra che dicono + o – la stessa cosa che dici tu (!), in sostanza che il manifesto non è interessante…
    ora, mi domando, esiste un quotidiano interessante/ leggibile qui nel belpaese?

    saluti,
    m.