beirut

[Pechino] Boikot!

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 16:39

Inizia il boicottaggio lanciato da Ai Weiwei, contro la decisione del governo cinese di dotare, da domani primo luglio, ma qui è già mezzanotte..., ogni pc di un simpatico software per controllare e filtrare la navigazione. La scusa è il porno...

Nei link successivi...un po' di cose fatte col gruppone China Files:

- "Un tranquillo atto di rivolta", in versione italiana

- "Internet en China, China en Internet", in versione spagnola

Il video è in inglese, che siamo pigri e fa molto internescional.

A la procahine.




[Pechino] Calma piatta?

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 05:00

Poi dicono che i cinesi non si incazzano. (La foto NON ritrae un incidente d'auto...)

Il motivo scatenante della foto lo trovate qui.

La cronaca con altre foto interessanti, qui.

La minima di 38 gradi, forse favorisce la rilassatezza...

 


Cose Preziose

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 17:32

L'uomo in nero fuggì nel deserto. E il pistolero lo seguì.

Allora vediamo: abbiamo messo in discussione un gemellaggio storico, perché ormai anche gli ultras si sono berlusconizzati e confondono le maglie con i giocatori (mi riferisco a Toro Genoa 2-3. Un bacio a granata, per me niente è cambiato, continuerò a tifare anche Toro). Sono gli stessi tifosi che gli va bene sempre tutto, che hanno il presidente, che uno è un fenomeno o è grammo quando lo dicono i giornali e sono quelli che lato Genoa, "in fondo il Toro ci aveva mezzo mandato in C" e cazzate simili. Guarda te se mi tocca perfino elogiare una certa mentalità ultras, quella che va al di là del campo e si basa su memoria (era il 1973) e storia comune. A tutti questi ricordo lo striscione di domenica scorsa, in previsione di futuri scempi.

Si che ci sei stato, sicuro. Io non dimentico mai una faccia.

Ho ricevuto visite strane: nella Terra di Mezzo l'aria sembra meno inquinata, ma di fronte a certi anniversari, l'inquinamento percepito è di altro genere. Ho fatto finta di non capire, diciamo e i due se ne sono andati. Lo ammetto: l'ho trovato divertente. Quando l'ottusità pervade la quotidianità è più facile trovare motivazioni. Ma a dire il vero nella mia personale borsa di cause e spiegazioni, la mano cominciava a girare a vuoto. Ne erano rimaste poche, le migliori o le peggiori, a seconda di cosa la faccia dica ogni mattina.

Poi invece, per fortuna: Pamuk mi ha regalato altre cose speciali. Ormai di fronte a lui mi trovo come un bambino che guarda rapito per la prima volta i giochi che fa il fuoco: mi sento attratto e ne ho paura. Come capita quando si è su una nave, o in cima a un dirupo: andarsene, sennò c'è il rischio di buttarsi, di volere perdersi in quel burrone. C'è poi da capire se  il tuffo possa essere una fuga o una curiosità impellente e quasi naturale. Pamuk è la nave e il mare insieme, ma non solo. Si diceva del colore del grano. Ne ho trovata un'altra di mirabolante forma di legame: il cristallo della neve.

Neve, appunto, di Pamuk è un libro che mi ha lasciato senza fiato (per altro lo scrittore è di nuovo sotto processo per avere detto che i turchi hanno massacrato kurdi e armeni, dopo che un suo amico scrittore, che aveva detto le stesse cose, ma non aveva vinto il Nobel, lo hanno seccato per strada...mentre comunque sale la voglia di Caucaso, insomma purché non sia Europa!) Si dice ci sia un tempo per ogni libro, o almeno lo diceva Pennac e tendevo a fidarmi di lui, quando lo disse. Neve l'ho preso in mano e l'ho lasciato lì, stanco. Ne venivo da Il Mio Nome è Rosso, ma lì c'erano omicidi, misteri, rincorse. Poi avevo letto qualche libro di genere, un paio di romanzetti e mi ero abituato a una scrittura semplice e rapida.

In Neve è diverso: le prime pagine mi hanno buttato con il culo per terra. L'ho riattaccato qualche tempo dopo, un paio di settimane fa, ed è stata tutt'altra musica. E mentre leggevo mi sembrava di essere in mezzo a uomini senza qualità, montagne incantate, dolori di giovani e meno giovani. Un classico, un insieme di letture diverse, toni, livelli. Una struttura dura europea e straordinariamente bizantina insieme. Archetipi e il mistero dei misteri, la vita, le relazioni, i desideri, la fede, la politica. Il tutto in un non luogo, in cui ciascuno di noi credo abbia la sensazione di vivere in modo permanente. E hai voglia a elogiare il divenire minoritario, eppure. In Neve l'abisso del senso delle cose, della ricerca affannosa di una strada, di un pertugio, una traiettoria micidiale, diventa un pozzo di mistero, avvolto da pareti lisce, senza alcun appiglio. Oguno dà le proprie risposte e le proprie soluzioni, solo a se stesso, quelle più vere. Pamuk sembra raccoglierle tutte, in uno strambo processo di discesa e risalita e ancora discesa. Come un ammasso di strade asfaltate di sentimenti e incroci premurosi, in cui non sembra esserci altra soluzione se non quella di perdersi. E solo dopo vedere, dove ci hanno catapultato quegli astrusi giochi di scelte e rinunce.

Restaci tu qui
soffrirò di nostalgia
ma devo uscire fuori da qui
Io devo io devo io devo io devo
e come dicevi tu
tornerai qui
solo quando avrai bruciato tutto
solo allora sì.



[Pechino] Socialism is great

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 08:31

Vabbè la trovate anche qui, o sul Manifesto di qualche giorno fa (questa qui sotto però è la versione integrale, quella non "passata"...). Però a sto giro la metto pure sul blog...

Socialism is great è il titolo del libro di Zhang Li Jia, scrittrice e giornalista cinese. Nata a Nanjing, oggi vive a Pechino dopo alcuni anni trascorsi in Inghilterra. Zhang Li Jia rappresenta una delle più gradite sorprese del panorama letterario cinese, o quasi, perché il suo libro, pubblicato in India, Gran Bretagna e Stati Uniti, è scritto in inglese ma è proibito in Cina (ad eccezione di alcune librerie in cui si può comprare). In Socialism is great, c'è la sua storia, fatta di ribellione e voglia di determinare il proprio futuro. A 16 anni Li Jia è spedita a lavorare nella fabbrica di missili di Nanjing. Una fabbrica militare, con molti segreti e una ferrea disciplina. Cina fine anni 70 e inizio anni 80: quella della riforma, del passaggio, del cambiamento totale per milioni di cinesi. Lei non si taglia i capelli e viene rimbrottata, legge libri inglesi durante i comizi propagandistici e viene ostacolata nei suoi sogni. Una continua lotta, tra disciplina, amori e passione politica. In Socialism is Great la sua esperienza è una cartina di tornasole di un periodo storico che per la Cina non si è ancora concluso.

Li Jia aveva un sogno principale: imparare l'inglese e diventare una giornalista. Imperterrita. Nel 1989 organizza una dimostrazione in solidarietà con gli studenti cinesi. Viene fermata, le sue impronte digitali vanno a fare compagnia a quelle di tante altre. Lei, alle accuse di polizia e capi, risponde con le citazioni di Mao: ribellarsi è giusto, ma anche, dove c'è repressione, c'è ribellione, lasciando in silenzio i solerti funzionari dell'ordine del Partito. Il libro finisce lì, in quell'anno, durante quegli eventi, ancora oggi tabù innominabile nella Cina che avanza, che compra, che impera. Lei invece ha proseguito la sua storia, diventando una giornalista che scrive su giornali stranieri e riceve interviste dai media di tutto il mondo. Invitata a tanti incontri, festival letterari e speech, l'ultimo all'ambasciata statunitense di Pechino, celebra il suo ruolo, quello che voleva essere quando lavorava in fabbrica: un ponte tra Cina e Occidente.

E' solare, gira per Pechino in bicicletta, sfrecciando con i suoi vestiti colorati, a testimonianza di una vitalità e determinazione forte. Su alcuni periodici stranieri pubblicati in Cina, le sue recensioni o interviste vengono letteralmente stracciate dalla censura cinese, ma il suo scopo si racchiude proprio in questa bizzarra considerazione: raccontare le contraddizioni del suo paese. Che ama, rispetta e vorrebbe semplicemente, più vicino al suo modo di pensare. E di cui sfrutta quel lento e impercettibile cambiamento, anche in tema di libertà di opinione.

Nel suo libro di memorie, si incontrano spesso dialoghi molto serrati sulle questioni politiche di allora. Come mai quando c'era più controllo si parlava di politica e oggi invece non se ne parla, nonostante le aperture?

La Cina negli anni 80 era un paese molto diverso. Quegli anni credo siano stati i più interessanti, un periodo molto vitale, affascinante. Il paese cominciava a cambiare, perché prima, durante la rivoluzione culturale, la Cina era completamente isolata dal mondo, c'eravamo imposti un auto isolamento. Prima degli anni 80 pensavamo di vivere una vita felice, mentre negli Usa o a Taiwan ad esempio pensavamo vivessero una vita di sofferenze, terribile. Quando ci siamo aperti abbiamo scoperto un mondo diverso, differente da come lo conoscevamo. Abbiamo cominciato a parlare di tante cose, diritti, democrazia e a Nanjing ad esempio, nell'università, tutto le lezioni erano stimolanti, si parlava di Freud, Nietsche, era un continuo dibattito riguardo il futuro del nostro paese. Oggi tutto questo è considerato pericoloso. Dopo il 1989 il governo cinese ha trasformato le teste delle persone, indicandogli la strada: i soldi. Così che tutte le energie vadano a finire lì, a fare soldi, pensare ai soldi, come gestirli come farne di più. In questo senso oggi ci sono anche moltissime libertà che prima non c'erano. Oggi un cinese, almeno nelle grandi città, può scegliere che tipo di vita fare. Prima non era possibile. Certo, parlare di riforme o politica, oggi è proibito, off limits. Per questo ai giovani oggi la politica non interessa. Godetevi le libertà, ma non parlate di politica...

Qual è la causa secondo lei?

Soldi, solo i soldi.

Cosa pensa della “vita nel presente” dei cinesi e la mancanza di una memoria storica riguardo a eventi anche recenti, come la rivoluzione culturale?
Il motivo è che non se ne sa abbastanza. Non ci sono musei, non abbiamo mai affrontato realmente quell'evento, perché il governo non ne vuole parlare, come il 1989 del resto. Della rivoluzione culturale ricordo la mia infanzia piacevole e mia madre, accusata di essere controrivoluzionaria e interrogata, presa e anche picchiata. Poco altro. Una pazzia. Ho chiesto alcune cose a mia madre per scrivere il mio libro, ma nessuno vuole ricordare, perché fu un periodo di sofferenze costanti. Dimenticate il passato, dicono i cinesi e anche il governo. Mao ebbe le sue parti di responsabilità, ma era il sistema ad essere sbagliato. Lui fu autorizzato a diventare un mostro. Ancora oggi però è impossibile avere un'idea precisa di cosa accadde.

In una articolo sull'Observer, pubblicato un anno fa, rimproverava i media occidentali di ergersi a giudici, invitando ad una conoscenza più approfondita della Cina. In un anno, dopo le Olimpiadi, è cambiato qualcosa?

Un giornalista inglese che ho incontrato tempo fa, era rimasto sorpreso dal fatto che la Cina sia oggi un paese così avanzato, moderno. E invece siamo famosi solo per altre cose...Invece di essere open minded, spesso si preferisce avere un'idea preconfezionata della Cina. Pensa solo a quanto successo in Tibet. Una cosa veramente complicata, ma non penso che i media occidentali abbiano fatto un buon lavoro. Certo il governo cinese avrebbe fatto meglio a fare arrivare là i giornalisti, così da vedere realmente cosa accadeva. Ma tutti hanno parlato di rivolte, mentre non fu una rivolta politica, voluta dai monaci, fu una lotta razziale, contro gli han. Chiaro che molti tibetani non sono contenti, ma i cinesi hanno fatto tanto per loro.

Perché secondo lei il Tibet ha così successo, specie nell'ambito dei media stranieri?

Perché il Dalai Lama è un personaggio esotico, perché il Tibet molti lo immaginano in modo fantasioso, non sanno cosa sia meglio per risolvere la questione. Prima del 1951 il Tibet era un posto terribile. La causa tibetana ha successo anche perché il governo cinese non ha idea di come si gestiscano le pubbliche relazioni, al contrario del Dalai Lama.

Quindi uno straniero cosa dovrebbe fare per capire meglio il suo paese?

Essere aperti, girare la Cina, perché Pechino è solo una parte della Cina. E poi farsi degli amici cinesi, semplice.

Nel suo libro riguardo Tien'anmen ci sono molte considerazioni. Ancora oggi tanti ritengono che una delle cause principali fosse la corruzione del Partito. E' cambiato qualcosa in vent'anni?

C'è ancora corruzione, è un prodotto dello sviluppo. Qualcosa però è cambiato. Non abbiamo un sistema politico e dei media trasparenti, ma rispetto a prima la corruzione non è il problema più importante.

Qual è il più importante?

La povertà e la disparità sociale, tra ricchi e poveri. E' un conflitto che costituisce un problema. Penso che sia per quello che il nostro governo parla di armonia, ma la nostra non è una società armonica. La vera domanda è quanto sia sostenibile questa crescita, senza un aumento degli spazi democratici. Ma in Cina si stanno giocando tante sfide importanti, ambiente, democrazia, corruzione. Io credo sarà un passaggio lento e graduale, quando ci si accorgerà che le aperture faranno andare meglio le cose.

Cosa intende per democrazia?

Elezioni, il voto, diritti, separazione dei poteri, sistema dei media trasparente.

Chi può essere il soggetto che guida questa trasformazione?

Io credo sia la classe media e intendo i professionisti, persone che hanno studiato, imprenditori e intellettuali, quelli che sono stati all'estero e che sono tornati indietro. Per fare un esempio, la gente da tempo ha cominciato a chiedere la possibilità di discutere come concepire il proprio quartiere, le strade, la vita. Vorrebbero solo dire la propria. Non vogliono andare in giro a protestare, creare problemi. Vogliono solo premere sul Governo, dire la propria idea, facendo le cose, collaborando. Il governo cinese è veramente elastico e penso che la middle class insieme al governo cinese possano essere i driver del cambiamento. Loro per sopravvivere devono aprirsi. Ho incontrato Peter Mandelsson (politico laburista britannico, indicato da molti come principale artefice del concetto di New Labour, ndr) era stupito dalla conoscenza dei cinesi della politica inglese. E la sua impressione è che il Partito Comunista non voglia lasciare il potere, ma diventare in qualche modo più popolare. E in effetti lo sta facendo, togliendo tante cose stupide che prima erano la regola, come l'esame per la verginità prima di sposarsi, è un esempio naturalmente. Devono rinnovarsi, per rimanere al potere. La società cinese è molto materialista, ma le persone hanno diversi livelli di vita, quando hai fame non ti interessa la democrazia, ma quando elimini i problemi materiali, ritorna il bisogno di spiritualità, di ideali.

Lei ha lavorato in una fabbrica, cosa pensa delle condizioni di lavoro attuali nelle fabbriche cinesi?

La mia fabbrica era militare, la vita era tutta controllata, nei minimi dettagli, ma le condizioni di lavoro non erano male. Non lavoravamo così tanto, oggi invece, sono andata a vedere, le condizioni di lavoro delle donne sono terribili. Il mio prossimo libro sarà sulla prostituzione delle ragazze che lavorano nelle fabbriche. E' un grosso problema, realmente doloroso. Le donne non godono di nessuna protezione. La mia fabbrica provvedeva a tutto: casa, spese sanitarie, libreria, cinema. Ti controllavano anche la vita, ma lavoravamo meno.

Le manca qualcosa di quel periodo?

Penso l'idealismo. Abbiamo perso molta innocenza. Incontro ancora alcuni amici dell'epoca, ma mi manca la passione di quel tempo: l'amicizia e l'innocenza che ci voleva desiderosi di fare della Cina un posto migliore.


[Pechino] Chinese Vagina Monologues

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 09:11

Ho vissuto giorni di tempeste di vento, per febbre e pensieri vari (forse ho esagerato guardandomi in rete un "Porta a Porta" con Berlusconi a parlare dei suoi giri tra compleanni ecc., o forse ho esagerato guardando "Anno Zero", la cui tesi era: ma quali amici, il premier con quella (tal Noemi) ha una storia. E pensavo: e allora? E la Guerritore che interpreta la Pasionaria (pensa te) Veronica Lario, che cioè mandalo affanculo e fine e non menarla con Nilde Jotti e Prestigiacomo che per altro, una segregata da amante del Milgiore, l'altra vabbè c'è bisogno di aggiungere altro? Insomma pensavo, qui si ritorna al classismo totale globale. E chi, come la De Gregorio, ha proposto: perché invece tra le veline non le si va a prendere ai call center? Ok, ma perché uno non può fare un po' il cazzo che vuole? E poi secondo voi quelle del call center si sentono rappresentati dagli attuali parlamentari? O meglio, chi cazzo rappresenta il parlamento?

E ho sentito l'avvocato del premier, tal Ghedini, urlare ai sinistri: parrucconi! elitari! E sentire donne di sinistra parlare di veline, lasciando sottintendere il termine: pompinare. E pensare, che cazzo di paese è diventato questo?

Sottofondo: è che forse ero un po' turbato da quanto accaduto il primo maggio a Milano, alla fine della Parade. Ho immaginato il delirio e la difficoltà a non essere fraintesi. Ho ricordato situazioni in cui da gestire c'era il machismo di qualcuno di un centro sociale, ma anche ringraziato il cielo di essere sempre stato circondato da attiviste, amiche e compagne donne. Sono pensieri sparsi, però, qui qualche cosa non va.

Anyway, i miei due penny, li ho trovati oggi. Purtroppo qui non va youtube e non so se lì c'è, né posso embeddare videini tratti dai youtube cinesi, quindi accontentatevi di questo link dove troverete il video. C'è il video dei Monologhi della Vagina, in versione cinese.


[Pechino] GENOA

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 06:47

 

 

Per voi che in sopraelevata siete già in trasferta...

Genoa – Quelli là 3-1

Derby numero 100, tripletta del Principe.

Ravatti, galusci, beline, rumente: a casa, in delegazione.

Oggi cammino mezzo metro da terra tra gioia e bestemmie per non aver goduto insieme al mio popolo.


[Pechino] Dancing

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 05:31

Certi gatti o certi uomini, svaniti in una nebbia o in una tappezzeria.
Per piazze e ponti, ognuno se ne va.

La foto è quanto molt* qui a Pechino potrebbero vedere dalla propria finestra, più o meno, questa mattina primo maggio 2009.

Prima. Hey hey, ma tu sei quello dei System of a Down. No. Passa la cameriera, una spinta mi fa sfuggire la birra, la recupero e finisco su una specie di terrazzino. C'è la mia amica, una rasta, da Shandong. Fumo e bomboclaat, che il reggae non lo sopporto. E tutti a mandare sms, dove andiamo cosa facciamo. E io: ma che cazzo è giovedì perché tutti vogliono uscire stasera? Si ma domani, oggi, adesso, domani, è il primo maggio. Diobono, primo maggio. Sfugge il tempo e scivolano gli amanti. Un ragazzo di colore che spinge ballando, gente avviluppata, birre calde, fottutamente calde, bhè prendi un rum e cola, un longqualcosa. Non mi piacciono i super alcolici. Laowai de merda. Peggio del reggae c'è il reggae marcio. Ho fame. Domani allora al parco Ditan? Sms: rock allo star live. Ma dove cazzo sono? E allora sai abbiam ripreso a masticare questa vecchia rumba, ci siam sorrisi e salutati e siam rimasti in pista.

Emigrante! Vacillo per un attimo. Tirare fuori le solite storielle sul nonno armeno? Il genocidio, i turchi, revenge e soldier side. Non ne vale la pena. E poi il mio sosia sta già mettendo reggae (buono il suo, salentino...), mica posso millantare troppe somiglianze nello stesso momento, penso. Torno fuori, o meglio su questa specie di finestrella con un minimo intruglio di sedie, per respirare che cazzo, uscito di casa ho subito percepito l'odore. Dell'estate. Del caldo. Del vento caldo. Pechino d'estate. Che la notte non è giusta, che la notte non è questa. Fai di te quello che vuoi. Fai di te quello che sai.

C'è la mia amica rasta. Da Shandong. Oh ma io ho fame. Lei no, però è annoiata, aspetta un'amica, insomma è rasta, aspetta un'amica e c'è tutto sto cazzo di reggae. Ei, faccio, domani è il primo maggio. Come dire, insomma, rilassati. Domattina alle 9 lavoro, mi dice. Io sto pensando al derby, a quelli là. Ho una rabbia. Lei mi dice, sai qual è il mio nome in inglese? No, le faccio. Zero, mi dice. Io penso all'adrenalina pre mayday, mi mancano tutt*. E invece vedo sti stronzi stranieri ubriachi, occhi incollati a culi e tette. Son venuti a suonare, sono venuti ad amare. E di nascosto, a danzare. Ne arriva uno, secco e rosso, sembra uscito da un pub di Liverpool o insomma qualcosa del genere.

Ci interessa no, questa conferenza? Che tanto il tempo passa anche sotto ai sofà. Da dove vieni, mi dice il tipo che sembra un abbonato dell'Everton (e ho detto tutto). Shandong, rispondo. Ah ah, dai da dove vieni. Dallo Shandong, fa Zero. Non ti sembra un locale, uno del posto, scusa, gli dice. Non ci trova simpatici, e per fortuna. Forse un giorno meglio mi spiegherò. Se ne va e ringrazio con gli occhi Zero. Birra. Fredda. Magari. Passeggiata. Cibo, fumo, musiche diverse che escono da locali diversi, ubriachi, ubriache. Detesto sto posto. Un paio di laowai ci dicono qualcosa, facciamo finta di niente. Mangiamo. Io: due arrosticini. Lei: un gelato. Giriamo per Sanlitun chiacchierando in un mix di cinese e inglese che conforta il fatto che continuo a fare lezioni come fossi un forsennato. Sto bene, ma ho voglia di tornare a casa, camminare per le strade deserte. Pieno di pulotti, anche. Torniamo su. La tua amica? Eh chissà. Seduti su un marciapiede. Poi, finalmente, arriva.

Mattino, primo maggio, grigio, pioggia. Guardo un punto distante. In mezzo c'è una compressione di sentimenti, i miei.

Complesso è questo aroma che ha il caffè,
opaco e scintillante… ma ormai in te
tostata è tutta l´Africa e gli dei
si divertono e ridono in fondo,
in fondo agli occhi di lei…


[Pechino] Al cinema

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 10:18

Ieri sera sono andato a vedere City of Life and Death, ovvero 南京! 南京!, ovvvero Nanjing Nanjing!, pellicola cinese record d'incassi nel paese.

Il film è concentrato sulla presa e il ben noto massacro di Nanjing ad opera dei soldati giapponesi, nel 1937. 30 mila morti e una città completamente rasa al suolo, nello scheletro costituito dall'urbanistica e nelle viscere costituito dallo scempio umano che furono costretti a subire gli abitanti.

Due ore di violenza il cui apice è costituito, nella mia visione occidentale, dall'immagine del nazista tedesco presente nella città, devastato dalla violenza dei soldati giapponesi. Anni fa avevo letto una lettera di un gerarca nazista presente in Cina, scritta a qualche gerarca nazista in Germania. Nella lettera si diceva qualcosa tipo, guarda che questi giapponesi sono davvero degli animali.

Con me c'era Zlj, autrice di Socialism is Great, nata a Nanjing e particolarmente interessata al film. Oltre ad essere stata oltremodo gentile mi ha aiutato (non c'erano sottotitoli, ma sinceramente non erano necessari) a comprendere dialoghi incomprensibili e a raccontarmi aneddoti della sua famiglia e di sua nonna e di quel fiume, nel quale vennere uccisi migliaia di uomini, la cui acqua diventava sempre più rossa. Poi le immagini hanno cominciato a essere terribilmente ingombranti e non c'era bisogno di perdere tempo a parlare.

E' che i giapponesi non hanno mai chiesto scusa, mi aveva detto un giorno un ragazzo cinese conosciuto ad Hangzhou, mentre perfino uno che ho conosciuto a Shanghai, un tipo veramente tranquillo, mi aveva raccontato di avere partecipato all'assalto a suon di pietre e bastoni all'ambasciata giappo di Shanghai qualche anno fa. La causa, al solito, l'invasione e le violenze commesse dai giapponesi e il loro imperterrito viaggio annuale al cimitero dei caduti. Criminali per i cinesi, martiri per i giappo...

E così alla fine del film i cinesi, solitamente vogliosi di uscire in fretta, sono tutti rimasti dentro a sentire la musica, forte, con tamburi e sti cazzi, e guardare le immagini di fotografie e vite falcidiate. E' scattato anche un minimo applauso. Ci hanno messo quattro anni per fare questo film, hanno partecipato oltre 20mila studenti come comparse e la sua novità consiste nel leggere quegli eventi con gli occhi di alcuni soldati giapponesi. Il regista ha 38 anni.

Non propriamente un buon viatico per la settimana e l'umore, ma insieme al film mi ha rapito l'atmosfera della sala. Ed è la prima volta che capita.


MayDay MayDay make them pay

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 06:57

[Pechino] Cose

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 17:48

È fulmine, è grandine, è polvere, è siccità,
acqua che rompe l'argine e lascia una riga nera,
al primo piano della città.

Insieme ad un'amica ho intervistato un pechinese che ha raccontato storie e cantato canzoncine dell'antica Pechino, non ho ancora fatto la spesa, ho provato, in compenso, uno yogurt alla fragola tremendo, ho ricominciato le lezioni di cinese, provando la sensazione di essermi dimenticato tutto, i ragazzi dopo la mia partenza hanno perso contro la Lazio, meritando la sconfitta per altro, ma consentendomi ancora notti in Champions League, non va youtube, o meglio non va senza i proxy e questa cosa in ogni caso è tanto assurda quanto insopportabile, passeggiando per gli hutong sono stato assalito dai petizionisti, i cittadini cinesi che si lamentano delle autorità locali giungendo a Pechino a protestare, la cosa mi ha scosso, rattristato e incazzato, ho passato una s p l e n d i d a serata di discorsi, rabbia e passione con un ragazzo italiano e una ragazza catalana, venerdì notte passando su una strada ho visto un vecchio sommerso da un sacco pieno di plastica attraversare lentamente l'incrocio, ieri è morto Franco Rotella, 43 anni, ex calciatore del Genoa, era cresciuto nel Baiardo, una scuola calcio genovese e aveva esordito a 17 anni nel Genoa, quando i miei mi avevano chiesto, da piccoletto, dove cazzo vuoi andare a giocare a calcio così la pianti di sfasciare la casa, avevo detto, il Baiardo, perché ci aveva giocato Rotella. Saluto sua moglie e suo figlio, che ha il mio stesso nome e gioca nei ragazzini del Genoa, come se non non mi innamorassi ogni giorno delle coincidenze, stasera tornando a casa in taxi l'autista mi ha offerto una sigaretta, fermi al semaforo a sorridere, ho ascoltato i Ritual of Rebirth, Ethical Disillusion...ho conosciuto una cinese che è anche scrittrice e che mi manda parecchie cose che scrive, in inglese, e in questo posto ogni volta che ti sembra di avere capito una cosa ti si apre una voragine di mistero, sono tornato a mangiare, ovviamente la prima cena pechinese, gli arrosticini dello xinjianese vicino a Nlgx, il giappo e i ravioli sotto casa, confermo che molti da qui scrivono solo cazzate, sono qui da una settimana e mi sembra già un mese, ho localizzato la prima zanzara della stagione, ho salutato gente che non conosco, mi manca l'umorismo di Dovlatov, ma ho letto un libro fenomenale, Il caso sbagliato di James Crumley e mi è venuta voglia di rileggere American Tabloid, ho affitatto alla biblioteca dell'ambasciata un libro sulle società segrete in Cina (dal 1840 al 1911), ho detto alla tipa cinese che leggeva un libro di Severgnini che secondo me non era il caso, un regista cinese mi ha detto che stanno (tutti) spegnendo il cervello della gente, un altro cinese mi ha detto che sono le persone a cambiare la storia, ho sognato il mio cane, e ho sognato anche un sacco di gente che però ha la faccia di un cane, tranne Il Principe,  ho spedito mail, parlato su skype, inveito contro facebook (non ci sono né ora né mai) e fissato una luce gigante che accompagna i lavori di costruzione di chissà che cosa, fuori dalla mia finestra, di notte.

E ho ascoltato il nuovo dei PGR.

Gente che fa buio avanti sera, gente da basto, da bastone, da galera.
Risuona la parola detona rimbomba in me  cassa armonica:
far fronte e in marcia tra timori sgomenti e baldanza festante.


[Pechino] Cronaca Cittadina

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 07:53

Certo le circostanze non sono favorevoli
e quando mai
bisognerebbe bisognerebbe niente
bisogna quello che
bisogna il presente
un contagio dall’anima
come pestilenza
decreta l’evidente
il tempo che corre
il tempo moderno
scivola il piano s’ammassa s’appiatta
livella l’odierno
terra di passo di sella di slitta
mal s’addice alla fretta
sa che tutto passa
e tutto lascia traccia

certo le circostanze non sono favorevoli


[Partenze] This time tomorrow

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 17:04

Di sicuro c'è che ieri avrei voluto dormire nella Gradinata Nord (Genoa – Juve 3-2), per celebrare adeguatamente la Storia.

Di sicuro c'è che domani riparto per la Cina.

This time tomorrow where will we be
On a spaceship somewhere sailing across an empty sea
This time tomorrow what will we know
Well we still be here watching an in-flight movie show
I'll leave the sun behind me and watch the clouds as they sadly pass me by
Seven miles below ma I can see the world and it ain't so big at all
This time tomorrow what will we see
Field full of houses, endless rows of crowded streets
I don't where I'm going, I don't want to see
I feel the world below me looking up at me
Leave the sun behind me, and watch the clouds as they sadly pass me by
And I'm in perpetual motion and the world below doesn't matter much to me
This time tomorrow where will we be
On a spaceship somewhere sailing across any empty sea
This time tomorrow, this time tomorrow


Viatici

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 12:45

Il venerdì è Internazionale. Altra cosa che cercare on line i cappelloni di Rob.

Ognuno ha il suo viatico per la fossa delle Marianne.

Il punto più basso della terra.

E grazie a Toni.

Ci sono situazioni?

Sbilanciami una sigaretta e fai un'opera buona: vammi a piglià nu ballantain.


Letture notturne (e 惘闻)

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 12:28

i nostri migliori anni telecomandati
i giorni pirotecnici
i manganelli telescopici
sulle nostre vetrine interiori
tipo protette da infami
barriere architettoniche
le nostre aspirazioni

E' sempre piuttosto strano leggere libri in cui le storie, che bene o male si sono vissute, vengono raccontate da chi stava dall'altra parte.

Accade per la storia, per eventi spiccioli, ma anche per quella che a torto o a ragione consideriamo “la nostra storia”. 

Quando ho visto il libro di un ex celerino sugli scaffali di una feltrinelli romana, ho mandato un sms al mio socio (qui trovate la sua recensione), scrivendo qualcosa come: diobono, i ps tutti scrittori sono diventati! Specie nel periodo di attività di supportolegale, abbiamo fatto incetta di libri sulla e della polizia: dai corsi che gli fanno, alla loro organizzazione, mentalità, attitudini. Era un modo come un altro per capire con chi si aveva a che fare, cercando esperienze che non fossero solo dirette, ma che ci aiutassero a capire lo spirito di corpo, l'omertà, il sentirsi fratelli, la loro comunicazione, la loro conoscenza sull'universo che devono affrontare nelle strade, nelle piazze, negli stadi e l'inaudita violenza di certe azioni.

Si è aperto un mondo sterminato di informazioni, aiutate, specie ultimamente, dalla tendenza da parte dei ps a scrivere libri. Di romanzi scritti da poliziotti o ex tali ne ho apprezzao alcuni, Di Cara ad esempio mi è piaciuto parecchio, e ieri sera dopo un Milano Genova Santa Margherita Milano, con una fottuta ora in più, ho attaccato Genova sembrava d'oro e d'argento, gentilmente prestato dal mio socio, di tale Giacomo Gensini.

Gensini è un ex poliziotto e il libro racconta la storia di alcuni uomini che entrano a fare parte del famoso, ormai, Settimo Nucleo, ovvero il reparto di celerini creato ad hoc per il G8 genovese. La creme dei picchiatori. E Gensini sembra essere molto informato su come vennero preparati, addestrati e su come vennero portati a compiere le loro azioni durante il G8, il clima che si instaurò (interessante l'aumento vertiginoso delle direttive dei servizi segreti e del tam tam mediatico). Dalla piazza, dalle strade, alla famigerata notte della Diaz. Il libro si legge in due ore nette: è piatto da un punto di vista letterario, ma alcune parti, grazie a un gergo non molto dissimile da quello giovanilistico comune, passano via proprio bene. Ci sono tipiche trovate umoristiche, si fa per dire, da ps (come il nome dato a due agnelli, Manga e Nello......), ma quello che ho apprezzato più di tutto, in fondo, è l'onestà di Gensini nel raccontare se stesso e i suoi colleghi.

A lui non frega un cazzo parlare di mele marce, di deviazioni, di bruttezza di una vita a rompersi il cazzo guadagnando poco, la patria, il padre di famiglia, la retorica sincero democratica e tutte queste cazzate, anzi. Lo chiarisce subito, quando scrive, non eravamo più i celerini di Pasolini da un sacco di tempo. E nessuno avrebbe avuto per noi quella pietà, né noi lo avremmo permesso. Il clima stava cambiando. Il consumismo, l'ipercompetitività, il mito del successo, l'individualismo patologico esasperavano le frustrazioni e acuivano la violenza. [...] Prima o poi se l'apparato voleva sopravvivere, la repressione doveva diventare metodica e libera dagli ideali delle rivoluzioni del XVIII secolo. Su questo c'erano pochi dubbi.

E ancora: quello che condividiamo noi non è la divisa, ma un segreto. Un segreto sull'umanità e sulla sua miseria. Sullo squallore della sua cieca violenza, sui suoi egoismi e ipocrisie. Noi sappiamo cosa c'è dietro la facciata, ed è questo che ci rende fratelli.

Gensini racconta con dovizia di particolari l'addestramento e gli attimi di vita genovese, la carica di Manin sui pacifisti, la rincorsa del venerdì al black bloc, senza mai beccarlo per altro e non perché tra i neri ci fossero dei colleghi (altra mistificazione post giottina...) la carica madre di tutto il g8, quella di Tolemaide. L'autore non ha problemi a raccontare gli usi illegittimi di manganelli e altre armi a svelare le sensazioni di un uomo dentro a un casco che non vede altro che fumo e ha solo voglia di menare le mani, di sfogare l'ipocrisia comune e più in generale, spaccare il culo a chi ha davanti, come quando al termine del racconto di una carica, conclude: quelli che restano non sono i più coraggiosi. Sono solo stupidi. Perché noi li tritiamo. Ogni volta, li tritiamo.

Difende il suo corpo, come ogni poliziotto, ma non ha nessuna voglia di santificarlo, anzi. Semplicemente, sembra essere la sua conclusione, loro e noi, siamo due ingranaggi necessari ma non indispensabili di un sistema che sopravvive grazie alla violenza e a nient'altro. E' una società basata sulla violenza, gestita da chi si fa i cazzi propri e porta la gente a menarsi tra loro. Alcuni legalmente, altri no, fine. E ho apprezzato la lucidità di certi passaggi: una società individualista non può essere non violenta. Alla fine sopporto la violenza solo in astratto e solo se riguarda gli altri, meglio se ipotetici, ma ci mette poco a perdere la testa se riguarda lui. [...] Via Tolemaide è una conseguenza naturale. Noi, se non altro, ci risparmiamo l'ipocrisia di un sorriso falso. Noi non siamo non violenti. Noi siamo quello che siamo.

Infine una nota: Gensini la butta lì, nell'ottica di uno scontro che quasi vorrebbe essere ad armi pari, dimostrando acume, quando si chiede, come si a fa mandare centinaia di migliaia di persone in piazza senza un servizio d'ordine? Bella domanda Gensini...

Altro libretto da viaggio in treno è La forma della paura di De Cataldo e Mimmo Rafele. L'ho preso nonostante le critiche e le stroncature. E alla fine mi ha profondamente deluso. Sciatto, mollo come una panissa diremmo a Genova, senza ritmo, clamorosamente brutto in certe parti. Aspetto con ansia che De Cataldo torni a scrivere, invece di guardarsi allo specchio.


Roma e Magoni

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 12:29

Ci sono topi tutti in giro, topi tutti intorno,
topi mattina e sera, topi mattina e giorno.
Sudici topi lucidi, giocano a nascondino,
fanno tana nel tronco degli alberi,
dentro al nostro giardino.
Ed io ti ho veduto salire sopra un altare
e dire una messa da topi e per i topi pregare,
e cucire ho veduto vestiti da sposa, per nozze di piombo,
e topi gridare e ballare sulla cima del mondo.

Come si a fa a spiegare che cos'è un magone. E' una sensazione...non brutta, un po' strana, che in genere va da qui a qui: più giù è colite, quindi più su è magone. Non è brutta, però, magari può essere una specie di struggimento, di senso di...No languore, no. Languore meglio di no, c'è sempre in agguato Ambrogio col beauty case pieno di cioccolatini. Non non di languore, di magone. C'è la parola giusta, usiamola, chiamiamolo magone. Il magone è quella cosa lì, che ti prende e non riesci a definire; qualcuno ha inventato questa parola ed è affascinante pensare a quando nascono le parole. Deve essere un momento straordinario, ci deve essere un percorso di altre parole che per assonanza o per significati simili arrivano poi a partorirne delle altre”.

Per nessun altro, amore avrei spezzato questo beato sogno. Buon tema alla ragione, troppo forte per la fantasia. Fosti saggia a svegliarmi, e tuttavia tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi. Tu così vera che pensarti basta per fare veri i sogni e le favole la storia. Entra tra queste braccia: e se ti parve giusto per noi non sognare tutto il sogno, ora viviamo il resto. (J. D.)


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