beirut

[Cronache di un allenatore di calcio a Pechino] 哥们儿

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 08:46

E proteggimi dai lacrimogeni e dalle canzoni inutili

Metti una sera con gli autisti dei minibus con cui portiamo i bambini agli allenamenti e a casa...quattro pazzi che sciancano con chiunque osi mettere una freccia, proprio quando LORO devono passare. Per non parlare di quelle pazze che si apprestano ad attraversare la strada.

Poi un sorriso sornione.

Hot pot e in sette, quattro autisti, io, l'altro allenatore e una temeraria catalana a sfidare la gara di rutti e bicchieri pieni e svuotati e ribaltati per misurarsi il pene in segno di reciproca stima: circa 20 birre, 5 bottiglie di vino, una di liquore (la prima ad essere consumata, tanto per dare l'idea). Orario: 18. Fine: 22. Condizioni: terribili. E all'arrivo a casa, due articoli da scrivere. La Cina che ci piace, la Cina che ci riconcilia con la Cina. La Cina da bere. La Cina.

Insulti a Obama e un numero spropositato di brindisi a Mao. Scoperta della serata: Mao era a Yalta! (cit: “Mao è come Stalin, Roosvelt e Churchill”) e foto di gruppo stile squadra calcistica.

Valzer smisurato per la stanza in movimento, carezze e sapori che non c'erano e che quando tornano, sono micidiali nel ricordare il cauto movimento che fa il cuore in assenza di ossigeno. Passi sparsi. Ed io, ci metto l'esperienza, come su un albero di Natale.


Out of myself

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 05:42

Avrei bisogno di storie, risposte fulminanti e sguardi accesi. Invece mi ritrovo a camminare come un disertore per le strade di Pechino. C'è anche chi – sorseggiando un animale o un sospiro tra le mani – non parla e non guarda, neanche saluta se proprio vogliamo andare al fondo di ogni cosa, riponendo nell'anfratto più infimo dei propri sentimenti, anche una traccia seppur minima di nostalgia. Sono i tempi che sono e sinceramente ne ho pieni i coglioni e mi perdonino le amiche.

Mi sono rigirato tra le mani per delle ore centinaia di dvd e di cd, senza saperne scegliere uno. Mi sembrava di essere circondato da un'umanità, con il nome schietto e preciso di Joncour, quello che la vita la guarda, come si guarda assorti, una giornata di pioggia. Lieve e silenziosa. E poi come ti muovi la merda danzante del mondo si coagula ai tuoi piedi. Se non torni, morirò. Sai che non è vero, ma dirlo mi libera da tormenti e alla fine il mio piloro ne giova. A scanso di equivoci: stai tornando e io non muoio, anzi. Sento quella sensazione da marte in ariete o quel che è: forza, equilibrio e coraggiosa inadeguatezza.

Ho voglia di storie come quelle di chi partiva e tornava e quando gli dicevano: com'è la fine del mondo, rispondeva: lontana. Ho pensato molto a questo posto, ho sempre apprezzato il lieve e inesauribile rumore del cervello che intuisce qualcosa, salvo sprofondare in un acquitrino di incomprensione. Ricevere una lettera e delle foto è un piacere nuovo e mai abbastanza consolidato. Si piazza lì tra gola e stomaco, non va ne su né giù: come la sbrisolona.

E prendiamola tra le braccia, questa vita danzante, lo cantavo, mentre alla ricerca di segnali comuni, mi rifugiavo in un cesso pubblico assaporando l'odore umano della socialità, guardando un tipo cagare accanto a me, più interessato a percepire le mie dimensioni di saggezza occidentale, che non al giornale e al cellulare con cui si stava destreggiando nell'arte equilibristica di sfoderare le viscere a piacere. Poi tornando indietro, giusto per dire: sono tornato, beviamo una cosa sentiamo una canzone e poi vado, guarda un po', mi hanno chiesto: hey you! There's a ticket! E allora: devi veramente andare affanculo, ma proprio ti ci devi strozzare con quel tuo cazzo di ticket, spero sia lungo abbastanza per farti un bel nodo e sprofondare nel buco più buio del mondo, perché non stai capendo. Non c'è spazio per la pietà, si tratta di tirare su alcune pietre, alcuni legni. Come fare una boccia ormai lo trovi anche su google, del resto e sono sicuro che c'è anche in cinese.

Poi c'è anche la malinconia del futuro e la riflessione su quanto tutto sia, o meno, abbastanza. Chiacchiere, parole, ubriachezze. La vita spesa davanti al portone in via della pergola, il piacere dei discorsi e quella sensazione inappuntabile: abbiamo ragione. O Pablo scampato all'omino in blu che giunto sulla porta si blocca. Dove stai andando?O il fattone che urla: fascisti! E i bongos bruciati ai margini della strada, il cui fumo ci riempiva gli occhi di mascara improvvisato e alla fine: ne è valsa la pena, siamo quelle cose lì. Che poi tutto finisce e uno si mette a rapinare le droherie di una volta, quelle che lasciavano la porta aperta davanti alla primavera. Per dire della terapia collettiva: ci saremmo salvati, almeno.

Avrei bisogno di una storia che mi mettesse in fila fegato e polmoni, guerra lampo e fantasia, in un ordine ascendente verso che so, i dischi di Bowie, mescolando domande a inusuali risposte, senza trovarmi alla ricerca di una faccia da fare, quando la questione è: ti piacerebbe vedere un esercito nudo a passeggiare per le vie di Pechino. Ti piacerebbe? E poi: ma che ti frega dell'Italia! E poi: ma cos'è l'Italia? E poi: forse hai bisogno di affetto, perché non me lo dici? Ti affitto un abbraccio, ti subappalto un bacio, ti posso addirittura comprare una scopata on line. Per capire quanto si è generosi di questi tempi.

E in tutto questo bell'andare, tra un bicchiere di neve e un caffè come si deve, ho una sensazione che trova un rifugio certo, caldo, scuro e impercettibile: un'irata sensazione di peggioramento, di cui non so parlare e non so fare domande, ho un'irata sensazione di peggioramento, di cui non so parlare e non so fare domande, ho un'irata sensazione di peggioramento, di cui non so parlare e non so fare domande...

 


Quindici anni fa

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 18:59

 

29 gennaio 1995

Ciao Spagna!


 


Atomica cinese

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 04:41

Si è levata dai deserti in Mongolia occidentale
una nuvola di morte, una nuvola spettrale che va, che va, che va...
Sopra i campi della Cina, sopra il tempio e la risaia,
oltrepassa il Fiume Giallo, oltrepassa la muraglia e va, e va, e va...

Sopra il bufalo che rumina, su una civiltà di secoli,
sopra le bandiere rosse, sui ritratti dei profeti,
sui ritratti dei signori
sopra le tombe impassibili degli antichi imperatori...

Al quarto anno cinese, sono tornato a Pechino e dopo un minuto in aeroporto, Il Nescional airrrpourt, già speravo in un conflitto atomico che potesse disperdere queste terre in migliaia di piccoli punti nell'universo. E che andassero su Pandora o dove cazzo vogliono: mi bastava immaginare i cinesi finire in miliardi di pezzi, loro e le loro ottuse convinzioni, per stare meglio, loro e gli ammmericani e gli italiani tutti. Estinzione, estinzione, estinzione...Tipo che nel foglio per quella cazzo di febbre di merda, devi metterci anche il posto occupato nell'aereo, sennò non passi. Vabbè. Sono le regole del paese!

Poi invece giunto a casa, ho risentito gli odori, i rumori (tipo il mio vicino che scracchia e sembra morire ogni volta, o quelli al piano di sopra che ogni giorno trapanano, martellano, scuoiano maiali, uccidono serpenti, girano film d'azione) e sono andato al negozietto sotto casa. Vedere la zia tirare fuori acqua e sigarette, senza che io le chieda niente oppure il tipo di Zio Tonino, la bettola uighura di fiducia, che si addormenta davanti a un miliardo di tazze di the caldo bollente. Eh faceva meno 15 quel giorno. E ho pensato: ok, questa ora è casa mia. Oppure andare in banca e pagare il telefono, al supermercato e comprare le schifezze liofilizzate e il latte nei sacchettini con la tipa che mi tira i soldi e si lamenta dei vecchi che ci mettono venti minuti a tirare fuori la tesserina del cazzo. Non so come, la spietatezza di questo paese, a volte terrorizza, a volte quasi commuove.

Ho dovuto dimenticare in pochi attimi tutto il godere godere di Barcellona, la stanchezza del viaggio e sono finito subito sotto un treno, dimenticando l'atomica, due stronzi bastardi che mi ridevano in faccia mentre in bici affrontavo la bora siberiana contraria al mio bell'andare. Poi l'allenamento con i pischelli e il prossimo campionato, insomma il solito delirio cinese.

Poi è scoppiato sta bolla di google, la terza guerra mondiale, di bit, cyberwar e cazzi e mazzi. I buoni di Mountain View hanno fatto un bel casino niente da dire. Fino a che non mi hanno avvisato che la mia mail era stata spiata da tanti simpatici occhietti, obbligandomi a cambiare la password (cosa che del resto faccio sempre da queste parti). Non solo perché mi hanno anche ranzato intere vagonate di mail, in primis quelle su un'intervista a un dissidente, fatta tempo fa e sulla quale sto scrivendo, tra mille difficoltà, un pezzo. Mi sono guardato allo specchio e avevo la faccia viola, come un'unica grande vena scoppiata sulla fronte.

E allora ho rivisto l'Atomica. O forse dipende tutto dalla crisi del Genoa.

p.s. Un saluto a Cezanne...in casanza. E un msg agli amici che hanno perso il mio numero di cellulare: mi fate sapere qualcosa di lui? Grazie.


Cartoline, richiesta e amicizie cono caratteristiche cinesi

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 07:18

Mi pare fosse sulle Iene. La domanda era, chi è stato a compiere la strage di piazza Fontana? Risposta: Al Quaeda.

Un altro 12 dicembre è andato.

Post di segnalazioni (sono influenzato e smadonnante, allegro, con brio).

Uno: Cartoline dalla Cina per precaria.org: la prima, la seconda, la terza. La quarta è nelle mani di chi gestisce il sito...in arrivo!

Poi: chi conosce un potenziale traduttore arabo, in grado di tradurre a scelta tra italiano, spagnolo e francese? Meglio dall'italiano, ma insomma...se fosse un giornalista, disposto a mettersi in ballo ancora meglio, altrimenti va bene anche un semplice traduttore...(Sì voglio fare China-Files in arabo). Chi mi conosce, mi mandi la mail...:-)

Infine un pezzo uscito oggi su Il Manifesto con cui sono convinto di essermi fatto dei nuovi amici da queste parti. Tempo fa avrei fatto finta di niente. In questo momento - invece - mi sento insofferente, anche qui in Cina. Ottusità del potere. Baci.

--- Formalmente incriminato Liu Xiaobo ------

Ci sono molti modi per celebrare giornate internazionali. Quella dei diritti umani del 10 dicembre, ad esempio, la Cina l'ha celebrata incriminando formalmente per «incitamento alla sovversione contro il potere dello Stato» Liu Xiaobo, uno dei firmatari della Charta 08. Il documento lanciato da un gruppo di 300 intellettuali e cittadini comuni e sottoscritto da 10 mila cinesi - pur essendo vietato e quasi introvabile nella rete - chiedeva aperture democratiche, elezioni, poteri bilanciati ed esercito sotto il controllo del governo, anziché del partito comunista. E' stata la moglie, Liu Xia, a ricevere la notizia dell'incriminazione del marito, mentre secondo l'avvocato di Liu, Shang Baojun, il processo a suo carico potrebbe aprirsi già in soli dieci giorni.

Tempo fa, si diceva che Obama, durante la sua visita in Cina, avrebbe parlato personalmente alle autorità cinesi del caso del dissidente agli arresti, nonché di altri 11 persone considerate rilevanti dall'amministrazione statunitense. Evidentemente il fascino del Nobel per la Pace non ha avuto effetti a Pechino: per Liu, professore universitario, adesso si aprono le porte del processo e una potenziale condanna da 5 a 15 anni. Carceri cinesi nelle quali il cinquantatreenne Liu ha già soggiornato: avendo partecipato al movimento del 1989 fu condannato a due anni di reclusione e nel 1996, dopo aver chiesto un'apertura dei negoziati con il Dalai Lama e avere criticato il partito unico, fu condannato a sei anni di rieducazione.

La condanna appare certa, specie alla luce della parole del suo avvocato: «Liu potrebbe evitare la prigione solo nel caso di una clamorosa protesta da parte della comunità internazionale, cosa evidentemente non ancora successa». «Solitamente i dissidenti vengono condannati a 3 anni», afferma un osservatore dello Human Rights Watch. Poco importano le prove: in questo caso nelle mani degli inquirenti cinesi ci sarebbero il documento di Charta 08 e sei articoli presi dal web, secondo quanto sostiene l'avvocato di Liu Xiaobo. Abbastanza per una condanna esemplare, che ha già suscitato reazioni in Cina.

Sarebbero 300 infatti i firmatari di una lettera in difesa di Liu, mentre molti altri firmatari della Carta, 165 residenti in Cina, già quando Liu venne arrestato, pochi giorni prima della pubblicazione di Charta08, avevano diffuso un comunicato con un slogan chiaro: «se Liu è colpevole, lo siamo anche noi». Ran Yunfei, un blogger piuttosto noto del Sichuan, che firmò sia il manifesto di Charta 08 sia la lettera successiva, ritiene che il tentativo del governo di rendere silenziosi gli oppositori sia sempre più forte, benché destinato a fallire: «come ogni processo storico, anche quello di democratizzazione non può essere fermato», ha detto in una intervista.

Sui modi e i tempi dell'incriminazione di Liu Xiaobo– e della probabile condanna – arriva la riflessione di Nicholas Bequelin di Human Rights Watch Asia: «la sentenza potrebbe arrivare proprio in occasione delle festività natalizie, in modo che l'attenzione internazionale non possa essere pronta a reagire. Questo conferma la rilevanza che sulla Cina ha l'opinione pubblica mondiale».

Quando nel dicembre 2008 Charta 08 venne lanciata, la reazione delle autorità fu fulminea. Solo a gennaio furono un centinaio le persone fermate in 17 province. Secondo il China Human Rights Defender il numero sarebbe stato più alto perché molti di coloro che subirono vessazioni non lo denunciarono, per il timore di rendere pubblica la notizia. A favore della liberazione di Liu si sarebbero già mossi alcuni intellettuali tra cui Salman Rushdie e Wole Soyinka.

 



[Cronache di un allenatore di calcio a Pechino] Biiru, psiche e charro

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 16:46

In questi giorni in cui sento un po' di fatica visti gli impegni di china-files, ovvero la ragione per cui sono in Cina, non so perché, ma ho pensieri ricorrenti circa aspetti che potrei definire “psicologici”. Non credo sia perché ho visto “Shrink” con un geniale Kevin Spacey, né perché vedere massacrare a mazzate un nazista nel film di Tarantino, mi ha fatto sì godere, ma non per questo ho pensato di prendere a mazzate, per dire, il mio vicino di casa (che è un delatore bastardo, in sintesi e mi ha regalato una serata di nervosismo inverosimile).

Ci sto pensando in generale, ma ovviamente tutto è nato dai ragazzetti che alleno qui a Pechino.

Intanto sull'essere adulto, portarsi dietro un bagaglio di esperienze, le più lontane delle quali a volte, anzi sempre, sono difficili da fare emergere, perché mediate dall'attualità, dal cervello di uno che ha 35 anni e non più 8 o 9 anni, almeno anagraficamente. Poi: quello che uno pensa mentre fa una cosa, senza considerare il rischio, ad esempio, di essere completamente frainteso. E ancora, l'immane difficoltà a mettersi nella testa di un ipotetico interlocutore, senza venirne influenzato in modo esagerato (ad esempio ribaltando la propria idea di partenza). Roba da Marzullo o da Preziosi Panucci nel Saloon del parcheggio sotterraneo di Marassi. Il campo, non il carcere.

Ad esempio: tra i ragazzini che alleno al lunedì c'è uno di 12 anni circa, portiere, fortissimo. E' alto, abbastanza roccioso, ma i giapponesi per dire rimbalzano contro il campo, mica si fanno male. E' il più grande ed è amato perché avere lui in porta significa vincere la partitella quasi sicuramente. Lui gigioneggia, fa un po' il fenomeno, ma è forte davvero. Lunedì scorso ha fatto una parata e ha cominciato a fare capriole con il pallone sulla linea di porta. Mi sono incazzato e ho decretato il calcio d'angolo. Così la smetti di fare il pagliaccio, gli ho detto. Ha beccato due gol un po' svogliatamente, poi su un cross che ha parato, ha clamorosamente finto di essere stato calpestato da un avversario.

Impossibile perché l'avversario proprio non l'ha neanche sfiorato. Ho visto benissimo. Infatti il bambino incriminato ha subito urlato qualcosa come “non ti ho fatto un cazzo bastardo testa di minchia!” (la traduzione è mia ma questi parlano in giapponese...e mi chiamano qualcosa tipo tichia, il loro modo di dire teacher, e io: mister, mi dovete chiamare mister! Che poi se non sbaglio loro per maestro hanno qualcosa come sensei che fa molto Karate Kid...A questo proposito: se non mi hanno detto una cazzata “bacio” in giappo si dice qualcosa come kisu キス chiaramente dall'inglese kiss. Cioè non avevano una parola in giapponese per dire bacio? Ancora più grave mi è parsa la parola giapponese tratta dall'inglese biiruビール ovvero BIRRA!)

Cmq: fatto sta che il portiere forte è steso a terra a faccia in giù. Mi avvicino e gli chiedo se sta bene, lui si gira e praticamente mi scoppia a piangere mentre gli tengo una mano sulla spalla. Mi sono sentito morire. Da notare che il bambino che prima ha inveito, vista la scena è tornato sui suoi passi, ha guardato il portiere e gli ha chiesto scusa. Poi ha guardato me, come a dire: però hai visto anche tu che non gli ho fatto una fava.

Io però ero da un'altra parte. Perché chiaramente ho rivisto tutto, perché da quando l'ho rimproverato, fino alle parate svogliate, ai goal che ha preso, fino al finto infortunio, in tutto saranno passati tre minuti. L'ho incoraggiato, dicendogli che non aveva niente, ma ero sinceramente imbarazzato.

Allora mentre ero sul mini bus con cui li riaccompagnamo a casa, mi sono rivisto tutti gli allenamenti e le partite e mi ha preso il panico. E ho iniziato a pensare a ste cose psicologiche. Poi ho visto Arrancame la Vida (sì fa un freddo dell'orso e si consumano una marea di dvd qui a Pechino, nonché le mitiche lasagne di Annie's) e mi sono strippato coi modi sudamericani di dire certe cose. Tipo charro. E per un po' ho fatto semplicemente finta di niente. E la locandina del film è per M(k).


[Cronache di un allenatore di calcio a Pechino] 放松, tre pappine e vuoti

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 11:38

In tutto questo, due settimane fa ero a Hong Kong: impossibile da descrivere, ma sono tornato a Pechino, come quando tornavo a Voltaggio dopo essere stato...che ne so a Genova (nella foto una protesta, incredibile, una protesta! fuori da una banca a Hong Kong Island...).

Poi: il momento più divertente dell'allenamento dei pischelli è quando si sta per cominciare la partitella. Una delle due squadre deve scegliere chi tra i giocatori va per primo in porta, perché di portero ne abbiamo solo uno, fortissimo, tra l'altro. Fanno una specie di miscela cino giapponese, ovvero una morra: urlano per circa tre minuti scandendo numeri e indicandoli con la mano. Ovviamente a tutto volume. Poi finiscono, mi guardano e mi fanno: chi va in porta?

Oppure: quando mi fanno incazzare come uno Sculli qualunque, o gli faccio fare qualche giro di campo o se ne stanno 5 minuti a bordo campo. A uno gli dico: hai rotto il belino, ora ti fai dieci giri di campo. E lui: di corsa? E io: si. E lui: che bello!

A un altro: stai fuori 5 minuti. Lui, ok. Poi mi giro e non lo trovo. Era seduto al bancone del bar a mangiare patatine fritte.

Comunque, un week end trascendentale di calcio.

Tutto è cominciato sabato mattina. La scuola calcio per cui alleno i pischelli ha anche una squadra di giovanotti (si fa per dire) che milita nella seria A del campionato amatoriale di Pechino. Ultimi in classifica, dopo una serie di batoste inenarrabili, mi hanno chiesto di fargli da mister. Ultimi risultati deprimenti, tipo 1-8, 0-5 e così via, gruppo un po' sfasciato e con un paio di cinesi fortissimi ma che amano piazzare cazzotti in faccia ai giapponesi, quando li hanno come avversari. Ci sono anche alcuni spagnoli e due catalani, un tibetano che chiamo simpaticamente Dalai Lama e il resto italianos. Il mio personale 4312 ha portato la squadra fino a 10 minuti dalla fine sul 2-2 (dopo sontuosa rimonta dallo 0-2), poi ahimè è arrivato il golletto della sconfitta, grazie a un cross che il nostro portiere ha valutato male (senza contare che, onestamente, è alto come una lattina di coca cola e che il primo goal l'abbiamo preso nello stesso modo e le bestemmie non si contavano tanto che un cinese era morto dal ridere a vedermi smadonnare con tanto di occhiali a specchio Ballardini style). 3-2 ma con onore, direi. Ai ragazzi devo fare solo i complimenti, ottimi movimenti, cuore e grinta. Peccato che per molti di loro il calcio sia un mistero senza fine. Avrebbero più probabilità di fare sei all'enalotto che un passaggio corretto.

In ogni caso, una sola imbriacatura in trattoria, il mio personale pre partita con i ragazzi, non è abbastanza perché la squadra esprima già il mio credo calcistico (di chiara scogliana memoria: il presidente non esiste, la squadra non esiste e la società non esiste, ma nella maniera più assoluta: esiste solo tifoseria e tecnico.)

Sabato sera: apoteosi. In streaming alle 4 di notte, tutto il derby goduto gol per gol, palo per palo, traversa per traversa, scullate per scullate, stecca per stecca. Come diceva qualcuno: se una squadra gioca meglio, corre il doppio e picchia anche di più il risultato non può che essere uno: asfaltati, 3-0 a futura memoria. O silenzio, fate vobis.

Ancora ebbro di derby, dopo circa due ore e mezza di sonno, domenica mattina è toccato ai pischelli. Un college pechinese molto british, che mi pareva di essere in un film in costume, ha invitato la nostra squadra per un'amichevole. Hanno giocato prima i piccoli, allenati dall'altro mister e poi i miei, classe 98 e 99.

I nostri erano un po' emozionati, minchia eravamo in un posto che sembrava la scuola di Harry Potter. Su per le scale c'erano le foto di questo college: trofei, tutti belli, slanciati, vincenti. Abbiamo cominciato in Japan Style: tutti giappo. E ai simpatici laowai, tutti infighettati con magliette colorate, noi: neri, sono arrivate le mazzate. Tanto che a un certo punto ho iniziato a mettere dentro gli altri, sennò cioè che due palle. 10-3. Da notare la prestazione di un piccoletto coreano, già soprannominato Romario delle Coree. Ha 10 anni e la pancetta. Culo all'infuori, sornione fino a rasentare il sonno. Ma non sbaglia un colpo: 3 pere il suo personale bottino solo perché poi l'ho piazzato più indietro. Anche per farlo sudare un minimo.

Poi: il vuoto cosmico. Ci vuole un'altra vita.

 


Pechino plesente

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 21:44

 

 

 

 

 

 

 

E fra 3 (tre) ore i pischelli al torneo...


[Cronache di un allenatore di calcio a Pechino] Foto! Belina II e hutong di neve

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 12:03

In attesa di Obamao:

La Belina II sotto casa e innevata e nell'hutong con cagnaro dell'esercito (60 yuan (6 euro) usato. Un affare: in pratica è come avere un sacco a pelo intorno e si appare giganti).

 

 

 

 


[Cronache di un allenatore di calcio a Pechino] Tecnica, lucchetti e scale armoniche

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 15:14

Per dire dei cinesi e la casa, allucinante.

Prima: a me la parte dell'allenamento che è sempre piaciuta di più è la parte tecnica. Per questo gli allenamenti che faccio sono tutti incentrati su di lei, la boccia: cura, controllo, stop, passaggio, finte, dribbling, palleggio, appoggio, lancio, tiro. Tutto dipende dal piede, vero, ma anche dai movimenti, dal corpo, alzare sempre la testa, non guardarsi i piedi: rendere naturale quello che all'inizio fai pensando. I primi dieci minuti dell'allenamento li chiamo: anarchy moment. Inutile stare lì a menarsela: gli faccio prendere il pallone e: fate quello che volete. Questi arrivano da una giornata a scuola massacrante, devono pure sfogarsi!

Con alcuni facciamo qualche dribbling, altri si sono intrippati con il tiro a rientrare. Oppure sto lì, mi faccio due palleggi e mi assicuro che: non si ammazzino a coppini, non seghino i pali delle porte, non prenda fuoco niente e che nessuno sparisca. A volte giochiamo a prendere la traversa: in un campetto piccolo dico ancora la mia! Del resto io non ho mai avuto voglia di correre, quindi le corsette e gli scatti con cui inizia l'allenamento, servono solo a fargli tirare altre mazzate tra loro in libertà.

Poi si prende la boccia. E tutto ha inizio.

Alla fine invece delirio, perché questi devono salire tutti su alcuni pullman e ne manca sempre qualcuno. L'altra volta ho scoperto un segreto recondito: ne manca sempre uno. “Si nasconde, gioca così”, mi è stato detto.

Poi: la mia casa pechinese. Dove sto mi piace: caldo, accogliente, piano piano si trasforma. Ci sto bene, nonostante alcune disavventure avute nell'ultimo anno. Le ultime riguardano un rapporto poco chiaro con la serratura della maledetta porta. Tempo fa ricevetti visite mentre ero in Italia: si accontentarono di una chiavetta usb e alcuni cd dati. Chissà cosa penserebbero se ora trovassero tutti gli schemini degli esercizietti per gli allenamenti. Cmq: da quella volta la porta ha cominciato a fare le bizze. Due sabati fa: chiave spaccata dentro. Sabato sera, alle 20, che tipo mentre stai per infilare la chiave pensi: che figata che con sto freddo maledetto e sto tanfo che c'è in corridoio, ora entro IN CASA. Invece. Bestemmie, chiamo i padroni di casa, niente non rispondono.

Con me, la fortuna aiuta gli audaci, del resto, è presente un'intelligenza superiore: mi fa notare una scritta incomprensibile su un adesivo attaccato sulla porta, con scritto 24 vicino ad altre 24. Che civiltà quella cinese, penso! Subito dopo, penso: si ma ora come glielo spiego. Allora chiamo la mia insegnante e le dico: “per favore, chiami questi e le dici di venirmi ad aprire la porta, serratura, chiave rotta, casino, ecc?” (questa roba sinceramente non so manco ora come dirla). Lei dopo poco mi richiama: “sono 150 kuai”, mi dice. Molto cinese. E io: “per favore, chiami questi e gli dici di venirmi ad aprire la porta, serratura, chiave rotta, casino, ecc?”. “Okle”.

Cammino, avanti e indietro nel corridoio. Il vicino ha indubitabilmente festeggiato il sabato sera con pesce di scolo di acqua di hutong del 1912 e Cavolo Imperiale con Aceto della dinastia dei Ming e Soia del tardo periodo Tang.

Mi richiama la laoshi: “arrivano tra venti minuti”. Dopo quasi un'ora esco: strade, macchine, clacson, sirene, rincorse di scracchi, errrrrre infinite al telefono: e poi ci sono io, davanti alla porta del mio palazzo a sfumazzare guardando l'orizzonte e vedendo solo morte e devastazione, porte sventrate, gente in strada che si attacca a suon di chiavi inglesi e serrature di metallo sofisticato.

Arrivano due in vespa: sono loro, i tecnici. O scassinatori: va bene uguale. Hanno le mascherine. Vabbè. Però è vero: oggi ero in ufficio ed erano tutti con le mascherine. Mi sentivo in colpa, non so, come fossi un untore. I due scendono dal vespino. Hanno una piccola chiave in mano. Scendono e fanno per aprire il baule della vespa. Io sto già risalendo le scale, solo che. Non si apre. Il loro minchiosissimo baule non si apre. La chiave non gira, loro si guardano, mani sui fianchi, si guardano e guardano me. Io sono in fissa sul pezzo di chiave che mi è rimasto in mano. Questi dovrebbero farmi entrare in casa.

Prendono, non so da dove, una pinza gigantesca e cominciano a girare la chiave. Niente. Mi guardano, li guardo. Prendono la pinza e la sparano contro il baule. Si apre. Prendono gli attrezzi e salgono dietro di me. Giunti al piano mi fermo, li guardo, mi guardano, gli offro una stizza. Ora ci siamo.

La foto, grazie L., e altre, le trovate qui.


[Cronache di un allenatore di calcio a Pechino] Trofei, visioni e magie

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 12:09

Update fotografico (lunedì 9 anzi martedì 10, ormai, qui). Ora venite a dirmi che è artificiale e che la gente non esce con il pigiama...

Ho anche una bici nuova: cioè usata, 180 yuan, cinesissima, pesante come la morte, ruote incredibilmente grandi, uno spasso. Belina II il nome.

Poi: allenare bambini a giocare a calcio, mi ha sviluppato ragionamenti educativi non da poco, ci vorrebbe il mio socio! E anche sul calcio come lo intendo io, come forma di gioco per le persone normali, di arte per chi il calcio lo ha nelle vene. E non si tratta solo di colpire il pallone, ma di vedere il calcio. Secondo me ho un piccoletto che questa cosa la sa. Ce ne sono alcuni più forti, scattanti, con una buona tecnica se allenati bene, ma non vedono il calcio. Vedono il colpo, che è un'altra cosa.

Questo bambino invece, è giapponese, quando calcia il pallone sta già vedendo quello che dovrebbe succedere. L'ho schierato in difesa, una sorta di regista difensivo. Di seguito la sua piccola storia in una partita di calcio.

Più in generale, dopo qualche settimana di allenamento, la squadretta che alleno ha ottenuto il primo trofeo ad un torneo per scuole calcio di Pechino, sconfiggendo nella finalina, terzo quarto posto, gli acerrimi rivali del Beijing Sport, accozzaglia di laowai e bambinetti biondi, tutti mascherati da calciatori veri, con comportamenti ridicoli da supercampioni a rimorchio (lamentele con arbitro, sceneggiate sui falli, ecc). Gironcino di qualificazione con due vittorie (nette: 5-0 e 3-1) e una sconfitta (contro quelli che poi si sarebbero qualificati secondi, 4-1). Infine semifinale disastrosa contro bambini cinesi che sostenevano di avere 12 anni. Peccato che erano alti come me. 8-0 pesantissimo, ma i miei arrivavano alla loro cintola. Il mister di questi, un cinese tutto incazzato, ad uno dei suoi giocatori, dopo averlo sostituito, gli ha tirato anche un calcio in culo. Non con simpatia, io ero allibito. Poi hanno vinto il torneo eh.

In finale l'atmosfera è elettrica, un botto di gente a vedere, genitori trepidanti, bambini tesi: minchia una finale, la prima della loro vita! Infatti dopo pochi minuti siamo sotto: 0-1. Proprio quando mi accingevo a fare le sostituzioni, che giocano tutti. Però belin in finale mettere una pippa...mi girano, però insomma. Sostituisco. Soffriamo, ma un contropiede ci regala il gol del pareggio. Rapido scambio e conclusione: rete! Ci chiudiamo a riccio: lasciamo davanti il più forte, sulla sinistra Akayoma, altro giapponese agile e veloce. Dietro Taiga: quello che vede il calcio. Chiusi a riccio e ripartenza a farfalla, in pieno Scoglio style. Che squadra!

Quelli pressano, cazzo vanno come delle frecce. Mi giro e i genitori mi sembrano dei mostri: biondi, palestrati, agili, urlano con quel cazzo di inglese perfetto e tutto arrotato. Essi vivono. Cerco di concentrarmi sulla partita. La cosa bella è che evidente che io parlo, loro fanno di si con la testa e poi fanno quello che vogliono. Ma è giusto così, ci mancherebbe altro sinceramente. Cmq: palla nella nostra area. Taiga rinvia e scatta. Io penso: dove cazzo va?

E' che lui ha già visto che l'ariano che stopperò il pallone, lo farà male, la palla lo supererà. E Taiga è lì: stop, dribbling di interno, un altro d'esterno. Poi ci sono lui, il portiere e la rete. Il portiere però è gigante, sembra coprire tutta la porta. Io in un nanosecondo penso, lo scarterei. Invece Taiga lo fa uscire e con un piatto semplice semplice lo scherza da campione! 2-1.

Manco con il Genoa: comincio a menarla all'arbitro. Uei', oh, tu, ohi, quanto cazzo manca. Mi dice 30 secondi. Io lo guardo malissimo. Angolo per loro: palla che passa leggera e colpisce il palo. Gol. 2-2. Non posso bestemmiare, perché alcuni bambini parlano in italiano, perché i boss lì sono italiani, insomma, non posso. Vicino a me l'altro allenatore della scuola calcio che mi dice: manco con il Lanciano soffro così!

Eh. Extra time. Noi tesi, loro felici: altri 5 minuti di calcio. Corrono, si menano, con l'arbitro che cerca di riportare tutti all'ordine. Un bel casino, lo so bene ad ogni inizio di allenamento. Si riparte, ma belin quelli ci mettono sotto. Di brutto. Entra un altro altissimo, l'allenatore avversario mi guarda e sorride. Un altro mostro.

Poi c'è un fallo per noi.

Il nostro attaccante si muove a destra e io in giappocinoitaliangenovese gli urlo di piazzarsi sul dischetto, su quel cazzo di dischetto. Lui fa si con la testa, ma sta fermo. Sta per partire il calcio del suo compagno. Il nostro attaccante si muove, la palla si alza, lui raggiunge l'area e non so come: di testa la piazza dentro. Di testa, che roba!.

Poi premiazione, con quel bastardo dell'altro mister che fornisce una bottiglia di birra in esplosione a un bambino che tutto felice mi fa la doccia. Gran figata questa esperienza.


[Cronache di un allenatore di calcio a Pechino] Proteste, cortei e nevicate

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 04:42

Da poco più di una settimana a Pechino, mi pare di esserci da un mese tante le cose fatte, da fare, interviste (anche con una super top model cinese, di cui racconterò...), cose, eccetera, ma l'ultimo week end ha riservato le sorprese più grandi.

Giornate infinite e sorprendenti con problemi da jet lag aumentati dal fatto che il Genoa gioca sempre in notturna, quando qui sono circa le 4 di notte.

Anyway: venerdì sera alcuni lavoratori cinesi hanno fatto una cosa mai vista ad oggi a Pechino: striscione in inglese e cinese e protesta nella zona della movida pechinese, contro il proprio boss che non gli pagava lo stipendio. Incredibile, ho anche foto e altre info, a breve...:-)

Sabato invece ho partecipato al mio primo corteo in Cina: in tre anni niente male come media. Merito del Beijing F.C. campione di Cina per la prima volta. All'uscito dello stadio, corteo spontaneo. Strano, trovarsi in bicicletta a marciare coi cinesi circondati da polizia, esercito, corpi speciali. Obiettivo Tian'anmen. Vado da un poliziotto e gli dico: andiamo in Tian'anmen? Quello mi guarda, con un sorriso strano. No, è la risposta. A breve: video!

Infine stamattina: nevica (nella foto: cosa vedo da casa mia).

Ma la specialità del week end è stato il mio esordio in un torneo di calcio coi pischelli che alleno. Età 6-7 anni, tutti asiatici ma nessuno con famiglie composte da genitori della stessa nazionalità. Così mi ritrovo a parlare ad alcuni in italiano, ad altri in inglese, ad altri in cinese, ad altri nella lingua incomprensibile degli urli e dei gesti. Parlare è una parola grossa, diciamo verbi e frasi monche da campo di calcio. Peraltro inascoltate. Sono incontenibili sti bambini anche perché chiunque si ritrovi nel sistema educativo cinese finisce per fare vita da cyborg. E così un paio d'ore di libertà su un campo di calcio trasformano tutti i cyborg in teppisti paura.

Comunque. Esordio contro una squadra di cinesi con un mister tutto urlante e scracchiante e - complice l'assenza di 3 bambini dispersi nei meandri del traffico pechinese - è arrivata sonora la sconfitta, con una squadra in cui giocava un ragazzino preso tra il pubblico. 4-0 e morale a terra.

Nella seconda partita però, i ragazzi hanno tirato fuori gli artigli, complice l'arrivo dei tre ed esilaranti scene di vestizione a bordo campo (ormai faccio i lacci alle scarpe alla velocità della luce). Un 1-1 di grande intensità, dovuta ad un inizio in salita, perché i tre ritardatari si sono seduti a bordo campo e sono entrati solo dopo: prima gioca chi arriva puntuale, mi pare giusto! Poi il meritato pareggio.

Spettacolo a fine partita: il bambino autore del gol, viene da me e mi urla tutto allegro: ho segnato!

Intenso il clima all'Olè, scuola calcio messa in piedi da italiani appassionati, di cui ho già scritto, con mille bambini e genitori. A parte qualche straniero, abbastanza passabile l'atteggiamento degli adulti. Un cinese, padre di un bambino che alleno, invece, è una sussa piuttosto accesa. Durante la partita chiama in continuazione il figlio, il quale, anziché guardare il pallone, guarda il padre a bordo campo. Dovrò battezzarlo il tio, in fretta.

Nella prossima puntata: allenamenti!


[pre partenza] Giostra

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 11:48

Genoa- Inter 0-5

Prima di partire ho potuto riassaporare l'ebbrezza che non provavo dall'82 mi pare: una bella giostra.

Con una differenza: Genoa-Udinese 0-5...c'era Zico eh tutti ad appaludire...

Ieri sera invece ho dovuto litigare con uno che continuava a dire "belin che culo che hanno", senza contare lo sbrocco contro l'ennesimo "uh uh" a Balotteli.

Senza contare una signora che mentre si andava alle macchine inveiva contro una tipa in auto, probabilmente una interista che sbeffeggiava i grifoni tristi e cupi e storti, urlandole "troia".

Mi sono incuriosito, anche perché per un attimo sembrava potesse scoppiare il pieno. Al che le ho detto: "signora, insomma che imbarbarimento è? Da lei poi...da una donna, mi pare che doriana sia sufficiente come insulto, perché deve usare quelle parole", chiedo.

Lei mi guarda e mi fa: "perché è una troia".

Come se chiedi, "ma perché devi ululare a Balottelli?": "perché è negro".

Sono le verità della Videocracy.

Contro Zico fu una giostra allegra.

Ieri una giostra triste con la sensazione che qualcosa si sia rotto (e non parlo di dati tecnici, che della partita non ce ne frega un cazzo: doria doria vaffanculo!)

Alla prossima, da Pechino.


Insofferenti

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 16:07

Da ieri sera, pensavo a stamattina. E' una sentenza d'appello, non se la fila nessuno, ho pensato. Ho rivisto parecchie facce e momenti, una stanza di Genova, i video, le foto, le parole, le chiacchiere, chi ci ha fatto il grano, chi la faccia, chi un pianto, una bestemmia, un urlo.

Theres so many different worlds
So many differents suns
And we have just one world
But we live in different ones

Poi, per fortuna esiste il mio socio che ha trovato, lui, le parole giuste. Trovate il post qui, ma lo ripropongo anche io, per intero:

E' il discrimine totale e definitivo, quello che ci offre ogni evento, ogni storia, ogni narrazione, ogni situazione. Il più facile e immediato, quello che non manca mai, il crinale lungo il quale scegliere da che parte stare. Neanche la voga del postmodernismo è riuscita a scalfire il mito di una divisione perfetta tra gli uni e gli altri, alimentata da secoli e secoli di semplificazione. Io, da sempre, fin da quando ero piccino, ho sempre preferito i cattivi. Non ci sono cazzi. Mi sono sempre piaciuti Dillinger, Bonnot, Vallanzasca, gli Indiani e financo Cattivik. Perché? Perché i buoni sono ipocriti e parteggiare per loro è una forma di ipocrisia ancora più viscida, fatta di menzogne taciute anche a sé stessi e di facili schieramenti, perché i buoni vincono sempre anche quando non lo meritano, perché i buoni incarnano ciò che è giusto e naturale che sia giusto, sono l'autoassoluzione dalla propria stronzaggine e della propria intima miseria egoistica. Sono un insopportabile assioma, una tautologia vivente (almeno nelle narrazioni), uno schiaffo alla realtà. Invece stare con i cattivi significa cercare di capire la verità, di capire che cosa succede, di non fermarsi alla facile apparenza e al conformismo di ciò che è giusto o di ciò che è sbagliato secondo "chiunque". Stare con i cattivi significa cercare, pensare, decidere.
Anche Genova è una storia con i buoni e i cattivi, anzi con tanti buoni e tanti cattivi, a seconda del punto di vista di chi vi racconta cosa è successo. Così ci sono i buoni per antonomasia, i poliziotti, le forze dell'ordine, quelli che ci proteggono, e i cattivi per definizione (almeno in questi decenni di bulimia dei consumi e di anoressia dei cervelli), i manifestanti, quelli che fanno casino. Ma anche spostando un po' più in là l'asticella della nostra narrazione, ci sono sempre i buoni, i manifestanti pacifici, e i cattivi, i manifestanti cosiddetti violenti. Quindi, anche spostandosi più in là possibile con il punto di vista, rimane sempre bello limpido il discrimine: da un lato i buoni e dall'altro i cattivi, i violenti.
Ora: tralascerò una disanima sul termine violenza, una parola che non digerisco più. Intendiamoci: capisco perfettamente la sua denotazione, ma non riesco più ad accettarla come parte del mio lessico da quando è diventata un connotato di giustizia, da quando ciò che è violento è necessariamente sbagliato, come se avesse intrinsecamente un valore morale, come se violento fosse un aggettivo etico e non qualificativo di una situazione. Feroce è morale, forte è morale, prepotente è morale, ma violento in sé non è né buono né cattivo. Almeno fino a quando non hanno deciso di sciacquarci il cervello in un Arno fatto di equidistanze e privazione della capacità di prendere posizione, di decidere in base a ciò che viviamo e che vediamo intorno a noi.
La sentenza di appello per i fatti avvenuti nelle strade di Genova durante il G8 del 2001, nell'arco del famoso processo ai 25 - e se non sapete di che parlo fate una bella ricerchina in rete che non ne posso più di riassumere gli eventi - ha sancito una volta di più che quel discrimine non si può valicare se non a costo di gran parte della propria vita. I buoni, via via nei mesi, sono stati tutti assolti: chi pienamente perché santo subito (De Gennaro, l'ex capo della polizia, e compagnia), chi parzialmente con sentenze che assomigliano più a strigliate che non a condanne (Diaz e Bolzaneto), chi di straforo per culo o per inciso (mancanza di prove o risarcimento per aver subito una carica studiata a tavolino per scatenare il delirio a Genova come nel caso delle Tute Bianche in via Tolemaide, anche se su questo evento e sulla gestione giudiziaria della cosa si dovrebbe parlare a lungo per mille motivi, fatto salvo che sono contento per coloro che sono stati assolti). I cattivi pagano pegno: 10-15 anni a testa, zitti e muti. Con buona pace della storia e della ricerca della verità. Tra dieci e quindici anni. Pensiamoci ogni tanto alle cose che leggiamo o quelle che sentiamo al telegiornale.
I moralisti diranno: bene, se lo meritano. I loro compagni diranno: male, Stato bastardo e assassino. Io - pur condividendo questa seconda posizione diciamo in termini formali e ideologici - voglio ragionare con chi mi legge. La decina di persone che è stata condannata è il capro espiatorio di un evento storico che nessuno vuole guardare in faccia. Anche a distanza di anni, i libri scritti su Genova - sia da ex poliziotti che da (ex) compagni - non vengono comprati, non vengono letti, non vengono discussi. Tutti sono lì a nascondersi quello che è avvenuto, quello che hanno provato, la voglia di violenza che si è scatenata (o che qualcuno ha voluto scatenare, su questo non saremo mai d'accordo e forse non è possibile esserlo) in noi e intorno a noi. Così una decina di persone che ha causato qualche migliaio di euro di danni a un'altra decina di persone viene condannata a più anni che non qualcuno che ha ucciso (ucciso = ammazzato = morto) una persona, o di qualcuno che a truffato decine di migliaia di euro a tutti i cittadini italiani, o che ha aggredito e violato la dignità e l'incolumità fisica di una persona (uno stupratore ad esempio). 15 anni. Sono molti da passare in carcere per aver rotto dieci vetrine. Ma una pena più lieve non sarebbe stata abbastanza per i cattivi. E se i cattivi non sono più cattivi, i buoni non possono essere i buoni, e chi ci capisce più nulla? Non si può fare, converrete con me. Ci toccherebbe cercare di capire quello che è successo, la complessità del mondo in cui viviamo. Ma non è cosa per poveri esseri umani italiani del terzo millennio.
Rimane la rabbia. Rimane la frustrazione per non essere in grado di spiegare quanto sia semplice e brutale la situazione, quanto sia inevitabile e quanto nessuno voglia né conoscere quello che è avvenuto in quei giorni, né porsi il problema di che cosa significhi la parola giustizia o la parola violenza. Rimane l'istinto alla violenza. Rimane ciò che ci circonda. Rimane il disgusto. Rimane il discrimine e la possibilità di scegliere se stare da un lato o dall'altro del crinale. Io non ho cambiato idea.
Rimane la consapevolezza che è giunto il momento di leggere la realtà, di rendersi conto che lo spazio per la rappresentazione, per l'opinione, per la manifestazione è morto da tempo, annullato, vituperato, strumentalizzato. Che se volete dare libero sfogo alla vostra idea, se volete essere partigiani, non potete lasciare spazio ai dubbi. E' il tempo di fare, di agire: che sia come riformisti (candidarsi, eleggersi, schierarsi, infilarsi in istituzioni di merda varie), che come radicali (tralascio gli esempi, ma penso che Bonnot o il subcomandante Marcos li conosciamo tutti). Non si può più aspettare che succeda qualcosa indipendentemente dalla nostra pochezza. Io sono un codardo, un vigliacco, o forse non sono abbastanza bravo o capace per fare passi così tetri, duri e cinici. Ma ammettendo il mio limite saggio anche il margine con cui mi accosto al crinale. Lo spazio per le speranze è finito da tempo e la storia sarà sempre e comunque di chi saprà scegliere, schierarsi e lottare. E di chi pagherà per questo. Intendiamoci: non servono martiri, ma servono persone che non abbiano paura di fare la cosa giusta. Io sabato 21 luglio avrei bruciato tutta la città. Mi fermai di fronte a decine di miei amici e compagni con cui avrei dovuto venire alle mani per fare quello che ritenevo giusto. Sbagliai. Altri non sbagliarono. Perché di fronte all'assalto alla nostra libertà di quei giorni e dei giorni che sono seguiti da allora, quello che fecero è ancora troppo poco, ma ne possono certamente andare orgoliosi (magari in nicaragua, eh? :)
Ho usato esempi estremi, ma ci sono milioni di situazioni quotidiane in cui chiunque di noi può essere un militante della propria statura etica. Non si può più aspettare e osservare il crinale. Bisogna calpestarlo, attraversarlo, cavalcarlo, viverlo. Il versante dei cattivi. Il versante dei giusti.


 


[Parentesi cinematografica] Closer, Control e Isolation

Pizi Wenxue — Inviato da beirut @ 12:45

Non lo sapevo: l'album dei Joy Division, Closer, pubblicato dopo la morte di Ian Curtis (suicidatosi a 23 anni, nel maggio 1980) raffigura una statua del cimitero genovese di Staglieno. Secondo i componenti dei Joy Division, che da lì in avanti si chiameranno New Order, fu Ian in persona a scegliere la copertina.

L'ho scoperto perché il film Control, una biografia di Ian Curtis mi è piaciuto parecchio, per le vicende raccontate in modo pesante e soave allo stesso tempo, per l'ottima musica, oltre ai Joy Division, David Bowie, Sex Pistols, Clash, insomma il the best di quegli anni inglesi tremendamente forieri di musica tosta e vite dannate.

Il film racconta una parte più intima della vita di Ian Curtis, ma la straordinaria somiglianza dell'attore, la tragica forza della sue canzoni, anche all'interno di un film, il dramma incombente fin dalla prima inquadratura in cui si vede la faccia di Ian, fanno del film una piccola gemma di autoillusione, sempre accompagnata alla sensazione di tragedia, nel senso più classico del termine.

Qualcosa che prima o poi ognuno di noi può provare. O hai già provato.

But if you could just see the beauty
These things I could never describe
These pleasures a wayward distraction
This is my one broken prize

Isolation, Isolation, Isolation


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